Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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"Uccelli Convulsi" - Vera Lúcia de Oliveira, 2001

"Ho visto Nina volare" - Fabrizio De Andrè, 1996

 

Uccelli Convulsi
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
Raccolta vincitrice del
Concorso Nazionale di Poesia "Gino Perrone"
Comune di San Donato di Lecce
VI edizione 2000
Pietro Manni edizioni, Lecce, maggio 2001
10x14 cm, 56 pag
(foto di copertina di Claudio Maccherani)
Prefazione di Luciana Stegagno Picchio
© Vera Lúcia de Oliveira

Selezione di poesie:
Terceiro mundo do céu / Terzo mondo del cielo
ave em carne viva / passero in carne viva
Pastores de pássaros / Pastori di uccelli
 Torce-se o vento / Si contorce il vento
Aprendo / Imparo
Enfermas / Inferme
Pássaros convulsos / Uccelli convulsi 
De casebres
/ Di casupole
Recensioni

Terceiro mundo do céu

no terceiro mundo
do céu
vão alminhas
pisoteadas
vão crianças
cuja dor come a infância

e bêbados do nada
trabalhadores do próprio luto
famintos de poesia
e pão

sombras
ali se debruçam
à espera das tubas
do juízo

Terzo mondo del cielo

nel terzo mondo
del cielo
vanno piccole anime
calpestate
vanno bambini
il cui dolore divora l'infanzia

e gli ubriachi del nulla
lavoratori del proprio lutto
affamati di poesia
e pane

ombre
lì si stendono
in attesa delle trombe
del giudizio

ave em carne viva
ave em tumulto
ave no osso
ave no uso
asa gravada
no sangue

ave na pressa
ave em vôo convulso
pronta
pra qualquer
fresta
ave torta
e ávida
em revoada
provisória

passero in carne viva
passero in tumulto
passero nell'osso
passero nell'uso
passero impresso
nel sangue

passero nella fretta
passero nel volo convulso
pronto
per ogni
fessura
passero torto
e avido
in volteggi
provvisori

Pastores de pássaros

 a tarde convocou pastores de
pássaros
os que sabem ler fru-frus
de osso
percorrendo a noite
a latejar tijolos
ó pastores de pássaros
ensinem debulhar de manso
nossa pele no escuro
como se por dentro
melhor se armasse o olho
como se por dentro
melhor sangrasse o vôo
seu tumulto inchado
de percursos

Pastori di Uccelli

la sera ha convocato pastori di
uccelli
quelli che leggono i fru fru
di ossa
che percorrono la notte
a far pulsare mattoni
oh pastori di uccelli
insegnate a sbucciare di lieve
la nostra pelle nel buio
come se dentro
meglio si armasse l'occhio
come se dentro
meglio sanguinasse il volo
il suo tumulto colmo
di percorsi

Torce-se o vento

torce-se o vento
violento
lateja
louco
cão doente
à procura do dono
que o matou a pauladas

Si contorce il vento

si contorce il vento
violento
freme impazzito
cane malato
in cerca del padrone
che a bastonate l’uccise

Aprendo

aprendo do girasso
o revés da carne ardente
o fundo do seu sangue agreste
na manhã de cal

aprendo por vício de virar do
avesso o ventre 
de palpar a vértebra
onde palpita a voracidade
do ser em oscilação

Imparo

imparo dal girasole
il rovescio della carne ardente
il fondo del suo sangue agreste
nella mattina di calce

imparo per vizio
di rivoltare il ventre
di toccare la vertebra
dove palpita la voracità
dell’essere in oscillazione

Enfermas

andorinhas calmas
incham ninho
na alma
com acúmulo
de penas
esquecem
o primeiro frio

andorinhas enfermas
se incrustam na cama
   cães
   que aprenderam a
   amar
   outra espécie de morte

Inferme

rondini calme
gonfiano il nido
nell'anima
con accumulo
di piume
dimenticano
il primo freddo

rondini inferme
s'accucciano nel letto
   cani
   che hanno imparato
   ad amare
   un'altra specie di morte

Pássaros convulsos

chocam-se contra os postes
os pássaros
destilados pela noite
destroçam-se em vôo inatural

batem contra os ossos
surdos
contra os batentes
que não escutam o sangue
jorrar do escuro

Uccelli convulsi

urtano contro i pali
gli uccelli
distillati dalla notte
si spezzano nel volo innaturale

cozzano contro le ossa
sorde
contro i battenti
che non odono il sangue
sgorgare dal buio

De casebres

de casebres
era feita a infância
de paredes brancas
de quintais inchados de pássaros

e uma dor lenta
nalgum lugar
que nem mãe nem pai
sabiam de noite ninar

Di casupole

di casupole
era fatta l’infanzia
di pareti bianche
di cortili gonfi di uccelli

e un lento dolore
da qualche parte
che né madre né padre
sapevano di notte cullare


Ulivi, foto di copetina
 Claudio Maccherani, 1999

Prefazione

 

Se il titolo, come vogliono i semiologi, non solo indica, ma è il significato di un’opera, non possiamo negare che questi Pássaros convulsos, scelti ad insegna della nuova raccolta poetica di Vera Lúcia de Oliveira, incutono in apertura una diffusa inquietudine nel lettore. Non è ai gioiosi Uccelli di Aristofane che pensiamo sfogliando le prime pagine del libro, ma, subito dopo il testo d’apertura, «ave em carne viva/ave em tumulto/ ave no osso/ ave no uso/ ave gravada/ no sangue», ciò che si instaura in noi è un’angoscia simile a quella che ci prendeva assistendo alla proiezione del film di Hitchcock, The Birds, con quelle minacciose inquadrature di corvi e gabbiani, specie di punizione biblica che riempivano lo schermo e il nostro orizzonte di attesa. Si sente immediatamente, in questo libro, il lamento muto, spinto in fondo all’anima, di una poetessa che conosciamo dalle sue precedenti opere come capace non solo di una dolorosa, cruenta, introspezione, ma di cercare e forse di trovare nella poesia una medicina e un balsamo al grande dolore umano e alla sua individuale sofferenza di figlia e di madre privata delle creature amate, reali e immaginate, tagliate via dalla falce della morte e della non esistenza.

E i suoi uccelli convulsi non sono i corvi e i grandi gabbiani di Hitchcock, ma piccoli crudeli uccellini, insieme armi e bersaglio di una vendetta superiore che rende anche le sue vittime simili a uccelli feriti: «tatear o pai/ alisar seu rosto inverso/ de pássaro coxo». E il percorso è tutto interno, segreto, oscuro: «como se por dentro/ melhor sangrasse o vôo/ seu tumulto inchado/ de percursos».

Vera Lúcia è poeta bilingue, tanto nel brasiliano nativo, come nell’italiano di adozione. E anche qui prima dell’adattamento, della conquista del duplice osservatorio, c’è stata una dolorosa, sofferta lacerazione: come se lo stridío di un uccello interno, ignorato dagli altri, suonasse ossessivo: chi sei? a chi appartieni? con chi e come puoi piangere?». La storia insegna che questi poeti divisi, lacerati dalle parole e dalla non appartenenza, sono a volte i più grandi: proprio perché sanno sollevarsi al di sopra delle tradizioni e delle convenzioni e raggiungere il cielo puro e astratto dell’universalità. A chi assomiglia Vera Lúcia? Si sentono echi di tradizioni, di suoni nelle sue metafore: come in «moenda» che richiama d’immediato macine concrete dell’immaginario nazionale brasiliano, subito interiorizzate in un macinare, triturare tutto segreto del dolore individuale e umano: «moendo e remoendo grãos/ graves como dentro/ ... dores/ e a pele e a carne/ e a roupa/ na trituração». Si sente nei suoi incipit il modello di João Cabral che ha insegnato a generazioni di poeti brasiliani ad ascoltare la lezione della pietra e del canneto: «aprendo do girassol/ o revés da carne ardente/ o fundo de seu sangue agreste/ na manhã de cal», dove anche il lessico poetico («agreste», «cal») suona cabralino. Ma c’è pure la voce sommessa e ironica di un Drummond de Andrade, osservatore di fotografie sbiadite che lanciano messaggi inquietanti dalle pareti: «os retratos na parede pingam/ gestos rugosos/ terrores/ surdos e ressequidos». 

C’è morte e uccisione violenta e volontaria, ma sempre notturna e segreta, in ogni immagine: del pesce sbattuto «contra a escuridão», del cane che guaisce pazzo «à procura do dono/ que o matou a pauladas». Certo, la vita stessa è un rimedio, il rimedio, e i gesti antichi possono riscattare ogni quadro di sofferenza: «A vida mesmo cura/ ... mãe na escravidão/ lava olho de morto/ sopra caco de vela/ encera a perna». Gli stessi uccelli convulsi e crudeli si possono trasformare in rondinelle calme e sofferenti , «andorinhas calmas/ incham ninho / na alma». Perché, come sempre, l’obiettivo è tutto rivolto all’occhio interno, come in un paesaggio marino osservato solo nel suo scenario subacqueo.

Come per ogni poeta intellettuale (e Vera, illustre brasilianista in una Italia cui lei, con dottrina e leggerezza « insegna il Brasile», appartiene alla categoria) i libri sono una presenza inquietante anch’essa, con la loro fisicità esigente e non rimandabile: «os livros deram para tombar da estante/ querem ser lidos/ tropeçam nas nossas veias/ clamam da própria boca muda». La poesia eponima «Pássaros convulsos» ci riporta all’immagine notturna e tutta interiorizzata di questi volatili che «destiladois pela noite/ destroçam-se em vôo inatural/ batem contra os ossos...»). E c’è un messaggio di speranza e una ricetta di vita nel poema di chiusura: «nem todo verbo/ há de sangrar/ na vértebra/ também com anestesia/ se há de ir ir/ dissecá-lo». Come italiani, che vogliamo bene a Vera, che l’abbiamo vista crescere con le sue due anime fra noi, speriamo che la nostra amicizia e la nostra ammirazione siano l’anestetico per andare oltre, per disseccare il suo dolore, gruzzolo umano e poetico, per il futuro.

 

Luciana Stegagno Picchio

Recensioni: Antônio Lázaro de Almeida Prado, “Visita da poesia”, in Voz da Terra, Assis, 08/08/2001; Vincenzo Gunnella, “Poesia, incontri ed emozione”, in Il Giornale dell’Umbria, Perugia, 02/04/2002; Lorena Magazzena, “La mia casa è la memoria (Intervista)”, in Le voci della luna Sasso Marconi - Bologna, 03/2002; Michelangelo Pascale, presentazione di "Uccelli convulsi", Perugia, 27/03/2002; Carlos Machado, "Passaros convulsos", Poesia.net n.235, Saõ Paulo, 14/11/2007.

Recensioni nel sito >>

Presentazione: Antonella Giacon e Michelangelo Pascale, Sala della vaccara, Palazzo dei Priori, Perugia, 27 marzo 2002

Presentazione >>

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(by Claudio Maccherani )