Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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"Geografie d'ombra" - Vera Lúcia de Oliveira, 1990
A Claudio, che ha condiviso con me
 questo tempo di poesia

Geografie d'ombra /
 
Geografias de sombra

Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)

Fonèma Edizioni, Venezia, 1989
13x21 cm, 64 pag
foto di copertina di Franco Checchin 
© Vera Lúcia de Oliveira

opera seconda classificata al
   
Premio Nazionale di Poesia "Città di Cisternino" 1990
 e premio speciale della giuria al
Premio Nazionale "Cinque Terre" 1990

Prefazione di Luciana Stegagno Picchio

Seleção de poemas /
Selezione di poesie:
A minha poesia ... / La mia poesia ...
O útero / O útero / L'utero
Rua de comércio / Strada
Profano as coisas / Profano le cose
O mar e o brejo / Lo stagno e il mare
Pedaços / Pezzi

Recensioni

"Impressioni di settembre" - P.F.M., 1971

 

A minha poesia não fala nada

A minha poesia não fala nada
a minha poesia é muda
tudo já foi dito
a minha poesia não vai anunciar nem
                         [mesmo a minha morte
no meu país ela se confunde com as
                         [letras de jornais
que anunciam a venda
de um terreno
uma palavra (não morta)
anêmica como essa manhã de maio
inútil pra levantar um poste
replantar uma floresta
ninar uma criança morta
a minha poesia não diz nem mesmo onde
                                [estão meus dedos
meus olhos
minhas mãos paradas

La mia poesia non dice nulla

La mia poesia non dice nulla
la mia poesia è muta
tutto è stato detto
la mia poesia non annuncerà neppure
                                [la mia morte
nel mio paese essa si confonde coi
                                [caratteri dei giornali
che annunciano la vendita
di un terreno
una parola (non morta)
anemica come questa mattina di maggio
inutile per alzare un palo
piantare una foresta
carezzare un bambino morto
la mia poesia non dice neanche dove sono
                                [le mie dita
i miei occhi
le mie mani vuote

O útero

Em outubro todas as cores me exilam,
as folhas que piso me corroem

Nasci em um país que não muda quase
cara
Aprende-se a morte em país perpétuo?

A velhice é uma lição
                            diária

As folhas que piso
perfuram-me

Adoecer é sonhar o útero

L'utero

In ottobre tutti i colori mi esiliano,
le foglie che calpesto mi corrodono

Sono nata in un paese che non cambia quasi
volto
Si impara la morte in un paese perpetuo?

La vecchiaia è una lezione
                             quotidiana

Le foglie che calpesto
mi perforano

Ammalarsi è sognare l'utero

Rua de comércio

Sou poeta da cidade magra
da cidade que não
caminha
sou dessa planicidade
sou da violência das vidas
poeta da cidade que afunda casas
e pessoas
sou da puta da cidade que só tem
superfície

amanheço todo dia nua e estreita
como uma rua de comércio

Strada

Sono poeta della città magra
della città che non
cammina
sono di questa piattezza di città
sono della violenza delle vite
poeta della città che affonda case
e persone
sono della puttana di città che solo ha
superficie

mi sveglio ogni giorno nuda e stretta
come una strada commerciale

O silêncio desta noite
rói de solidão
toda poesia

não comporei nenhum verso solene
não comporei

Il silenzio di questa notte
rode di solitudine
ogni poesia

non comporrò nessun verso solenne
non comporrò

Profano as coisas

Profano as coisas por amor
crio rachaduras
invento olhos e palavras
dentro de mim as coisas não sobrevivem
grudam desesperadas no muro
e rudes
no tempo
rabiscam formas
de lucidez

Profano le cose

Profano le cose per amore
creo spaccature
invento occhi e parole
dentro di me le cose non sopravvivono
si attaccano disperate al muro
e rudi
nel tempo
scarabocchiano forme
di lucidità

O mar e o brejo

                             Para Gladys

Não é no mar que deponho as redes,
não é âncora
o maciço do mar
O mar não projeta o gesso das urnas,
o mar rasga as cicatrizes
corrói as agulhas

Não conhece demora o mar

Não foi olhando o mar que aprendi a
                          
[ a retalhar as palavras
no silêncio pesado da casa,
cavocando na cidade
as doenças do charco,
sonhando cemitérios menores para sofrear a evasão
das coisas
                     da seiva

Buracos que as goteiras afundavam
e o chão acalentava como uma coisa que
                            
[ se deve inchar,
que deve por destino absorver o brejo

Por isso estou diante do mar como quem tem medo
como quem engole com pressa os remendos
                                           as pedras
os estiletes que o mar no seu movimento corrói

Lo stagno e il mare

                                     Per Gladys

Non è in mare che depongo le reti,
non è àncora
il denso del mare
Il mare non progetta il gesso delle urne,
il mare lacera le cicatrici
corrode gli aghi

Non conosce indugio il mare

Non è stato guardando il mare che ho imparato
                                [ a ritagliare le parole
nel silenzio duro della casa,
scavando in città
le malattie dello stagno,
sognando cimiteri più piccoli per frenare l'evasione
delle cose
                        del sangue

Crepe che le grondaie affondavano
e il suolo cullava come una cosa che
                                 [ si deve gonfiare,
che deve per destino assorbire la palude

Per questo dinnanzi al mare sto come chi ha paura
come chi ingoia in fretta i rattoppi
                         i sassi
gli stiletti che il mare nel suo movimento corrode

Pedaços

Estou estilhaçada
silêncios saem da boca
mansos
estava desenhando
palavras
perdi o jeito de amanhecer

tenho tantos pedaços
que sou quase infinita

Pezzi

Sono frantumata
silenzi escono dalla bocca
tenui,
stavo disegnando
parole,
ho perso il modo di destarmi

sono in tanti pezzi
da essere quasi infinita

Explicação desnecessária

Não é triste o poema
não é triste o poeta
triste é o mundo
o mundo é que é triste

Spiegazione inutile

Non è triste la poesia
non è triste il poeta
triste è il mondo
è il mondo che è triste

Prefazione
Una morte attraversa la prima sezione, italiana, di queste poesie: una morte paradigmatica come solo può esserlo la morte di un padre. Lo sguardo si alza allora attonito sulle cose che appaiono per contrasto gonfie di vita, antropomorfizzate, dove i tralci sognano grappoli e i campi gravidi di pioggia scoppiano come seni di donna. Tutto l’universo partecipa di questa rinascita, mentre una pietà universale investe uomini (1’uomo del pullman) e bestie (i polli del mercato).
Quando, peraltro, nella seconda sezione, la scrittura riprende il ritmo binario, di bilinguismo portoghese-italiano, la poesia acquista colori di malattia, con versi folgoranti quali rivelazioni ("ammalarsi e sognare 1’utero"). È come se, col ritorno alla lingua materna, al rimpianto per chi non e più, rimasto fissato ad un gesto (il padre che pota la pergola), si associasse allora acuta la nostalgia per un paese lasciato, immutabile nel ricordo ("si impara la morte in un paese perpetuo?"). Il duplice registro favorisce l’autoanalisi, lo scavo entro se stessi, la confessione ("profano le cose per amore", "la mia poesia non dice nulla").


foto di copertina, Franco Cecchin

Geografie d’ombra. Il titolo è stato a lungo discusso, meditato, comparato con altri titoli possibili, semplici varianti di questo che ha finito per imporsi. Brasiliana di nascita, italiana per acclimatazione e scelta, Vera Lucia de Oliveira ha il privilegio e la croce di essere bilingue. Il privilegio perché la diglossia o, addirittura, per quanto possibile, il plurilinguismo, amplia la cosmovisione di chi scrive, ne estende la gamma coloristica e musicale. Ma anche la croce: perché se chi è bilingue ha due cuori, e pur vero che, ogniqualvolta è obbligato a scegliere una delle due valenze espressive, avverte nel suo intimo come una mutilazione: mutilazione di un’intera fascia di senso e di sopra-senso, legata all’affettività, al peso semantico di un vocabolo, di un ipocoristico, di un suono-senso non trasferibile in un altro sistema linguistico. Ha scritto Vera in una lettera testimonianza: "Ci sono cose che forse non riuscirò mai ad esprimere in italiano. Certe poesie, neppure cerco di tradurmele: è possibile, al limite, tradurre la forma, ma esiste pur sempre un contenuto culturale intrasponibile. Al mio orecchio, la poesia italiana, come del resto la lingua, suona sempre aulica, di un’ottava più alta di quanto non la vorrei. Forse perché determinate cose gli italiani usano dirle solo col dialetto, ciascuno col suo dialetto". E è qui che Vera, nata in Brasile, ma maturata anche poeticamente in Italia, dimostra di aver cessato di essere straniera: di aver anzi saputo captare, con la sua sensibilità straniata, il vero problema di un’espressione italiana che solo oggi forse sta facendosi nazionale.

All’origine, per Vera Lucia de Oliveira, c’era e c’è il suo portoghese nativo di espressione brasiliana: una lingua che, se pur diffusa in un paese grande come un continente, non ha avuto, per ragioni storiche, sensibili differenziazioni verticali, semmai solo differenziazioni dialettali, per classi sociali, socioletti. In portoghese, le poesie di Vera hanno una compattezza ed un nitore di chi e nato poeta, ma anche lo è diventato ascoltando i grandi modelli di un passato recente anche se già mitizzato: con paradigmi in Carlos Drummond de Andrade e, soprattutto, per affinità esistenziali, in Murilo Mendes, il grande poeta brasiliano, divenuto in Italia, a Roma, anche poeta italiano, autore di quell’Ipotesi che fu una delle rivelazioni dei nostri anni Settanta. Con la sua fresca autentica poesia bilingue, di sradicata e di neofita, Vera Lucia de Oliveira è entrata un giorno nella mia vita nel nome di Murilo Mendes. E oggi io non esito a credere che da lassù, dall’empireo dei poeti da cui ci guarda, Murilo consente con un sorriso alla sua poesia.

                               Luciana Stegagno Picchio, Roma, 10 giugno 1989

 

   Luciana Stegagno Picchio

                e

   Vera Lúcia de Oliveira

         Roma, 2003

Recensioni: José Saramago, 1992; Oreste Macrì, 1992; Manuel Ferreira, 1992; Paolo Ruffilli, 1992; Carlos Nejar, Lêdo Ivo, Fàbio Lucas, José Paulo Paes e Moacyr Scliar (in Istrumento Critico - Revista de Estudos Linguísticos e Literários, Universidade Federal de Rondônia, Vilhena, Brasile, 11/1999, n.2); Antônio Lázaro de Almeida Prado, "Vera Lux: Vera Lucia", in A Voz da Terra, Assis - São Paulo, 03/02/1990, p.2; Giulia Ivanov, "Geografie d'ombra di Vera de Oliveira", in Il Corriere dell'Umbria, Perugia, 14/03/1990; Manoel de Barros, in Istrumento Critico - Revista de Estudos Linguísticos e Literários, Universidade Federal de Rondônia, Vilhena, Brasile, 11/1999, n.2, p.223; Anna Maria Farabbi, "Geografie d'Ombra", in Noi Donne, Roma, 06-07-08/1990, p.14; Adriana Notte, "La purità poetica di Vera Lúcia de Oliveira", in Rivista Porto Franco, anno II, n°.6, Taranto, 11-12/1990, p.22; Marige Quirino Marchini, "A lingua italiana, uma longa paixão", in Linguagem viva, Brasile, 06/04/1992, p.6; Barbara Spaggiari, "Uma poetisa brasileira na Itália: Vera Lúcia de Oliveira", in Letras & Letras, Lisboa, 6/02/1991, p.14; Jorge Tufic, "La poesia si lacera", in Amazonas em Tempo, Manaus, 06/02/1991; Raquel Villardi, "Para além do país impossível", in Quaderni Ibero-americani, Torino, n°. 72, 1992, pp.746-47; Rosa Correia, "Uma poetisa de duas Geo-grafias", in  Boca Bilingue, Istituto di Cultura dell'Ambasciata di Spagna, Lisboa, 1993, pp.16-23; id., "Vera Lúcia de Oliveira: Unha poetisa de dúas ‘Xeo-grafías’", in Rivista Festa da Palavra Silenciada, n°.10, Vigo-Galicia, 1994, pp.121-124; Lídia A. Pereira da Silva, "Uma Poetisa Bilingüe", in Cidade de Itapira, 30/01/1994.

Recensioni nel sito >>

Presentazioni  

Luciana Stegagno Picchio, Ambasciata del Brasile, Piazza Navona, Roma,
18 dicembre 1989

Presentazione Roma    >>

Barbara Spaggiari, Roberto Abbondanza e Pino Bonanno, Palazzo Donini, Corso Vannucci, Perugia, 16 marzo 1990

Presentazione Perugia >>

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(by Claudio Maccherani)