Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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"Verrà l'anno" - Vera Lúcia de Oliveira, 2005

A Giulio Regeni
 
(in memoriam)
  

Ditelo a mia madre

 

Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)

 

«Il filo dei versi»

 Fara Editore

 

Rimini  (RN),  aprile 2017
ISBN: 978-88-94903-03-4, 10x19 cm,72 pag,10 €
(copertina Il Cairo)

Postfazione di Prisca Augustoni
© Vera Lúcia de Oliveira

 

   Selezione di poesie:
andate a dire a mia madre... / sento le formiche...
piccoli chicchi di sabbia... / sulla soglia si guarda davanti...
uno per uno... / bussano a casa mia...
i cani abbaiano alla notte...  / la luce inonda la cella...

 

Per l'acquisto del libro: Fara Editore,
Via Covignano 165-B, 47923 Rimini (RN)
 tel: 0541 22596
 mail: info@faraeditore.it, internet: www.faraeditore.it

andate a dire a mia madre
che non ho mai perso il senso
dell'amore
andate a dire a mio padre
che sono venuto al mondo
anche per vedere voi
andate a dire a mia sorella
che mi sono foderato bene
l’anima
per attraversare l’inferno
e amare ancora il mondo

sento le formiche nel loro lento
avanzare che portano un minuscolo
lembo di pelle
di qualche altro fratello
che soffre accanto a me

piccoli chicchi di sabbia si staccano
dalle pareti
piovono su di noi per pietà
uno mi è caduto nell’occhio
e ho potuto piangere
insieme a lui

sulla soglia si guarda davanti
per vedere il passaggio
dal dolore al silenzio
ma io porto con me
tutti i rumori
e le voci
del mondo

uno per uno
devo scendere
i bui gradini
della terra

ma dentro mi porto
una scala segreta
che mi riconduce a Dio

quando ero bambino
mi hanno detto
che l’amore sgorga da Dio
da lui tutto procede
e a lui tutto ritorna

ma come potremo entrare
dalla stessa porta nella stessa pancia
che tutto ha generato
il mio corpo rotto
e il tuo piede
che mi spezza
la bocca?

i cani abbaiano alla notte
piove e un vento fresco
soffia dal Nilo in direzione
alle case
cosa dite ai vostri figli
quando tornate la sera
e li guardate negli occhi?

la luce inonda la cella
e il pulviscolo danza
la musica del cosmo
la bellezza è in noi
per sempre

C’è una tensione umanissima e sconvolgente in questa raccolta nata da una domanda della madre di Giulio Regeni carica di quella empatia assoluta che pure non riesce a calarsi totalmente nel tragico momento finale del figlio. I versi sono chiarissimi, discreti, essenziali… eppure frustano virtualmente le nostre anime distratte, la nostra indignazione intermittente e fiacca. Su ogni poesia ci si sente chiamati a ritornare, perché a una prima lettura ci sembra di perdere qualcosa o di essere troppo emotivamente coinvolti per lasciarsi lavorare da un testo che ci lascia sull’orlo del mistero del male, ci svuota delle nostre comode certezze eppure non è privo di una speranza, di un luce che sa farsi strada in chi, torturato, oppresso, eliminato, violentato, può essere privato della vita ma mai della sua dignità. [dalla cover di copertina]


L'Umbria dal Subasio
(foto Claudio Maccherani, 2015)

Postfazione

Quando l'anima brucia

Paul Celan scriveva, ne La verità della poesia, a proposito della valenza estetica della poesia e del rapporto dell’essere umano con il proprio tempo, che “la poesia parla a partire dalle bruciature dell’anima, a partire dai caratteri incisi sotto la pelle [...]”, e in uno scritto del 1969, aggiungeva che “La poésie ne s’impose plus, elle s’expose”

(...)

Questa riflessione di Celan ci serve da lente d’ingrandimento per entrare nell’universo dei componimenti di Vera Lúcia de Oliveira, Ditelo a mia madre, raccolti attorno ad un tema centrale di scottante attualità (l’omicidio barbaro di Giulio Regeni avvenuto in Egitto tra gennaio e febbraio del 2016) e che risveglia allo stesso tempo un sentimento antico e profondo come la pietas cristiana.

(...)

Le poesie di Vera Lúcia de Oliveira sono la testimonianza di questa spettatrice che sceglie le parole esatte per dirla, l’oscurità, le parole “vere”, quelle sopravvissute alla bruciatura dell’anima – la sua, issata a paradigma dell’anima del nostro tempo, ucciso anche lui per aver guardato in faccia al male: “per guardare in faccia il male / c’è un tempo dentro il tempo / in cui mi ascolto morire” (IV, vv. 1-3). Ma è un dire che non s’impone, che non vuol far tacere l’altro, al contrario, lo interroga, chiede dialogo, tende la mano. È una voce corale e sofferta, tutta protesa verso la trascendenza, divisa tra il coraggio di camminare a stento, ma pur camminare, con l’anima foderata “per attraversare l’inferno / e amare ancora il mondo” (II, vv. 10-11) e l’istinto di libertà che può redimere, attraverso l’amore, non solo sé stessi, ma anche i nostri torturatori.

Si tratta di un libro difficile perché sceglie di dare voce a qualcuno a cui è stata tolta, e di farlo assumendo il coraggio di guardare in faccia al male, scrutinarlo, passo a passo, dirlo, quando possibile, per poi risalire la china dell’inferno e trovare la luce, nei versi spesso rappresentata dalla capacità di amare da parte dell’io poetico (II, vv. 1-3).

(...)

 Vera Lúcia de Oliveira vede, nella profondità del percorso introspettivo della madre di Giulio che s’interroga su come il figlio avrà guardato i suoi aguzzini in quei momenti estremi, la grandezza dell’umano che non si animalizza. Con questa silloge, la poeta recupera la concezione umanista così cara alla tradizione lirica italiana della parola come alimento dell’anima, capace di salvarci, nonostante tutto, dall’istinto barbaro che ci tortura e ci uccide ogni giorno.

Evitare che il male la faccia da padrone del mondo (XV) o cercare il lembo di pelle del fratello che soffre (XI) sono alcuni dei temi che avvicinano queste intense poesie a quelle del già citato Celan o di Ungaretti, anche dal punto di vista formale, dove esiste la ricerca di un equilibrio tra il peso e il baratro del male – indicibile – e la scioltezza e grazia della vita quando esplode, nel volo di una rondine o nello sguardo di un uomo che desidera abbracciare il prossimo.

(...)

Le poesie qui riunite di Vera Lúcia de Oliveira ospitano, con pudore e rispetto, un sentimento di trascendenza. Sono come il faro che illumina ciò che non è visibile ad occhi nudi, l’insidia nascosta dietro lo scoglio e che, se scoperta, potrà salvare altre vite. O per lo meno donarci una qualche forma più umana di vita.

 

Prisca Augustoni

Recensioni: Alessio Brandolini, Fili d'aquilone n.46, aprile/giugno 2017, Vincenzo D'Alessio, Arte insieme, 9 giugno 2017

Recensioni nel sito >>

PresentazioniINTERAZIONI 17, Sala dell'Arengo, Piazza Cavour, Rimini, 11 giugno 2017

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(by Claudio Maccherani )