Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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Note critiche su

No coração da boca/
Nel cuore della parola

Adriatica Editrice, Bari, 2003 

No coração da boca

Escrituras, São Paulo, 2006 

di Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)

Testi critici di  Ferreira Gullar, Giacomo Annibaldis, Franco Loi, Antônio Lázaro de Almeida Prado, Antonella Giacon, Izacyl Guimarães Ferreira, Marco Agueiva, Osvaldo Duarte

"No coração da boca / Nel cuore della parola"

Ferreira Gullar 

"Voz mansa que murmura"

Poesia é coisa que cada poeta inventa a sua. A que Vera Lúcia de Oliveira inventou em No coração da boca é muito dela, diferente do que costumo ler. O que logo me chamou a atenção foi a absoluta ausência de ênfase, de recursos retóricos, de truque estilístico. Nada disso: é uma voz mansa que murmura coisas que nos surpreendem e nos comovem.

(Ferreira Gullar, Revista Nova Escola, Recomendo, São Paulo, fevereiro 2007)

Giacomo Annibaldis 

"Dal Brasile con il cuore in bocca"

Cosa può esserci di lirico nelle referenze che una cameriera ti snocciola per indurti ad assumerla? in quel suo insistere sull'abilità nel lustrare la casa? Forse proprio nulla. A meno che un orecchio attento non ne sappia catturare un ritmo recondito, scandirne le pause zoppicanti, carpirne la compassione insita nella richiesta... 
È il piccolo miracolo che riesce a Vera Lúcia de Oliveira in Nel cuore della parola («No coração da boca», Adriatica ed., pp. 153, euro 14,00). Ecco la poesia Le stoviglie: «Posso lavare pulire tutta casa/ far brillare le stoviglie/ lucidare le pentole lei non/ vede che mani callose io ho/ sono nata lavorando sono/ abituata a lustrare le case/ delle signore». La poetessa brasiliana - che insegna dal 1997 Letteratura e lingua portoghese all'Università di Lecce - è una di quelle «sensitive» che ricaverebbero dal trillo di un uccello il «lead» di una sinfonia, dall'urlo invece di un pescivendolo al mercato un inno o una tarantella, dai discorsi della gente sull'autobus un poema sincopato.
Non è tecnica nuova, per carità: da tempo la prosa quotidiana vien «piegata» a un'esigenza poetica. E tuttavia il baudelairiano «poème en prose» è un portento che non è dato a tutti. Riusciva, per restare nell'ambito brasiliano, a Drummond de Andrade (ci suggerisce Fernanda Toriello, che del volumetto della de Oliveira è curatrice). E riesce a Vera Lúcia (che di sé dice: «ho la musica dentro mi abita.../ malgrado la dissonanza/ della mia vita»). Come ebbe a scrivere di lei il premio Nobel José Saramago, poeta petroso: «Non so che influenze ha ricevuto, non sono capace di identificare echi di voci altrui nella sua voce, e, confesso, da queste liriche percepisco un suono di autenticità sorprendente».
Il carattere di poesia «spoglia e al limite del vocabolario di base» viene rilevato nelle tre prefazioni, partecipative, di Toriello, di Luciana Stegagno Picchio (la più grande interprete della letteratura brasiliana in Italia) e del poeta Lêdo Ivo. Se la prima sottolinea la «francescana povertà dei materiali usati», l'ultimo definisce quella di de Oliveira come «poesia dell'opacità del mondo», con «una intonazione in sordina e sussurrata», una «poesia senza maiuscole, senza virgole e senza punti finali». Sospesa.
Vera Lúcia de Oliveira è nota ormai per la sua versatilità e capacità bifronte (scrive anche italiano): già in opere come Geografia d'ombra del 1989, le due lingue cominciano a competere; mentre nel nostro idoma è scritto Verrà l'anno (2003). Al fondo di queste sue nuove cinquantasette poesie di Nel cuore della parola s'avverte comunque l'anima brasileira (ma quanto parente alla mediterranea), un microcosmo provinciale assurto «a paradigma del mondo» e raccontato come i cantari popolari, con quel reiterato incipit «e disse che...». Si va dalla «storia vera della mula senza testa» a «dona Cota» che vedeva i morti quando «venivano a prendere i vivi/ quando si è già un passero/ che si prepara al volo»; dalla «colla del calzolaio», sniffata come abbiamo visto fare di ragazzi «de rua», a un pullulante pianeta di diseredati, ragazze cacciate di casa, madri miserevoli che han ceduto i propri figli a famiglie, barboni che dormono «nella metro»...
Pervade i versi un acuto sentimento del dolore. Che era la cifra preponderante anche della sua produzione precedente, ma che ora - percepisce Luciana Stegagno Picchio - è increspata da «una leggera connotazione ironica e umoristica», è spingono le parole diritte e precipitose «no coraçao da boca», con il cuore in bocca.

(Giacomo Annibaldis, "Dal Brasile con il cuore in bocca", in La Gazzetta del Mezzogiorno, Bari, 18/12/2003)

Franco Loi

"Voce senza sentimentalismi"
Una raccolta di liriche della brasiliana Vera Lúcia de Oliveira, semplici e intensi racconti di vita quotidiana

Ricordo, tanti anni fa, che Ruggero Jacobbi – uomo indimenticabile per umanità, sapienza e creatività – mi parlava della poesia brasiliana come un grande continente inesplorato. Devo a lui quel poco che so della cultura brasiliana. Ruggero stesso scriveva nella prefazione a Invenzione di Orfeo di Jorge de Lima: «La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile dell’evento poetico appartiene a un modo di vita interiore e sensibile molto più antico del Romanticismo, si ricollega alle radici medievali e cristiane di una cultura che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un tu (nome di Dio, nome di donna, nome dell’altro, inteso anche come popolo)».
Parlando ora di Vera Lúcia de Oliveira, Luciana Stegagno Picchio scrive: «La linea del poeta si è mantenuta su questo tono antiretorico, antimetafisico, di una poesia quotidiana, sorgivamente spontanea anche se non sorda alle voci congeniali dei grandi poeti della sua tradizione».
Vera Lúcia de Oliveira, nata nel 1958 a Candido Mota nello stato di São Paulo in Brasile, abita dal 1983 a Perugia e insegna all’Università degli Studi di Lecce. Ha pubblicato in Brasile il suo primo libro A porta range no fim do corredor, a cui sono seguiti in Italia Geografie d’ombra nel 1989, Tempo di soffrire nel 1998, La guarigione, 2000, e Uccelli convulsi nel 2001.
A me sembra che in questo Nel cuore della parola, uscito da Adriatica Editrice di Bari in doppia lingua, sia un riepilogo della poesia di Vera. Il suo è uno stile piano, semplice, colmo di intensità e di luce. «Con la modestia verbale che è la sua virtù, canta la miseria del mondo e lo sgomento dell’uomo», scrive Lêdo Ivo. Ma a me sembra che questa sua semplicità, a volte narrativa, a volte lirica, cerchi di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri rapporti sentimentali, senza cedere al sentimento, senza indulgere alla nostalgia e al dolore. Ne do qui un esempio, tanto più appropriato in quanto si tratta dell’infanzia e del padre: «Quando andavamo in riva al fiume il babbo / diventava chiacchierone inventava storie / raccontava di quando era bambino / il babbo rideva della nostra pesca rideva / della nostra pietà per i pesci rideva / della nostra fame della nostra risata / il babbo diventava un altro noi non / avevamo più voglia di tornare / a casa». Ci sono versi terribili e versi delicati, personaggi strani, vicende di vita famigliare e momenti in cui l’Aldilà e il Diquà si confondono: «Disse che Dona Cota aveva cominciato / a parlare con i morti / chiamava il padre, parlava con la madre / disse che era così, i morti / venivano a prendere i vivi». La sensibilità di Vera non tralascia nulla e racconta con la puntigliosità di chi vuol tutto dire, ma non concede nulla alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che nell’esplicita parola: è l’umore che percorre questi versi. Del resto, anche i suoi giudizi, il suo pensiero sono sottesi nel ritmo della poesia: «La chiesa brillava in silenzio le colombe / dello Spirito Santo volavano di tanto in tanto / le rondini avevano il loro nido il prete / che aveva fatto sostituire il pavimento col marmo / della più raffinata provenienza viveva in continua lotta / con gli uccelli maledetti che evacuavano / dappertutto». Resta da dire della traduzione. In una bella nota, Guia Boni, che ha curato la versione, affronta tutte le difficoltà del tradurre con sensibilità e perizia: «Tradurre significa far transitare concetti, impressioni, coloriture, sensazioni, sensibilità da un universo linguistico e culturale a un altro e non sempre le equivalenze sono totali». È interessante leggere i diversi problemi che vengono esposti nelle loro sottigliezze. Il libro è arricchito anche da questa decina di paginette.
Un bel volume, un poeta vero, una stupenda occasione di poesia.

(Franco Loi, "Voce senza sentimentalismi", Il Sole 24 Ore – domenica 1 agosto 2004)

Antônio Lázaro de Almeida Prado

"Vera Lúcia de Oliveira ou o canto da ternura"

No coração da boca é, por enquanto, o mais recente livro de poema de Vera Lúcia de Oliveira, a que (graças  à generosidade dela) tive acesso.
Pareceu-me adequado recebê-lo como Canto da Ternura, nos dois sentidos da palavra “canto”:
seja como significativa emissão de voz lírica, seja como recesso, como voz procedente de um eu personativo ou ente de relação, que timbra em envolver tudo o que toca e executa, apelando para o pedal aveludado do abafamento e da discrição.

Tudo quanto procede dessa voz discretíssima só irrompe em canto, pelo fato de que o pássaro não pode omitir duas de suas propriedades constitutivas: a imperatividade do canto e a vocação para o vôo livre. Por isso é que a voz (o canto) não pode impedir a urgência apelativa do que, procedente das raízes, dos recessos de seu ser (eminentemente terno, solidário e ... sofrido...) se expande, através da urgente articulação cordial, que a voz, privilegiada, emite.
Essa articulação lírica, de qualificados efeitos, por maestria poética de Vera Lúcia, fraterniza Vera Lúcia com as alegrias e dores de todos os seres. Uma espécie de emulação virgíliana do “sunt lacrimae rerum”, ressoa na alma dos leitores e/ou  auditores do No Coração da Boca.
Essa espécie de incorporação e expressão (na voz de Vera Lúcia) de tanto seres marcados pela taciturnidade, rouquidão ou mudez resolve-se, muito significativamente, através de pelo menos três traços estilísticos: a terna miniaturização dos seres, através de diminutivos e hipocorísticos, que os acolhe com ternura e descrição; a prática de uma dicção despojada (avessa a um registro tenso e requintado), e o fazer-se eco e ressonância da voz dos seres, que povoam os poemas, cedendo-lhes voz e vez ((ele) disse, (ela)disse, disse que, etc.).
Esses processos compositivos, tão superiormente característicos do coração enunciativo de Vera Lúcia de Oliveira, garantem e preservam a alta tensão (continuada e ... aveludada) lírica, e parece abafar (sem conseguí-lo) a quota de dor e de sofrimento, da voz enunciativa e dos seres ternamente (discretíssimamente) embutidos nela.
Parece que o desejo de permanecer (ter  permanecido) no útero protetor será algo que se estende da voz do enunciante à taciturnidade, rouquidão e mudez dos seres, coisas, círculo familiar (casa) e universo.
A imperatividade do canto (voz e recesso) está superiormente expressa no poema “ A Música”, se não me engano o ponto mais eminente dessa cordilheira de altos momentos poéticos de No Coração da Boca.
Já pela discrição e pudor enunciativo Vera Lúcia parece-me emular com o alto penunbrismo crepuscular de um Umberto Saba ou de um Manuel Bandeira, e está, pelo visto, em muito boa companhia poética.
Quando será que Cândido Mota e Assis reconhecerão a honra de terem sido cidades natais, físicas e espirituais de Vera Lúcia de Oliveira?
Será preciso louvar Guia Boni, pela aventurosa tarefa de verter para o italiano o texto escrito em português de Vera Lúcia.
E a Luciana Stegagno Picchio e ao nosso Lêdo Ivo a lucidez analítica de situarem a brasileira como voz poética de superior qualidade!...
Recomendo aos leitores brasileiros de Cândido Mota e Assis a (proveitosa) leitura de No Coração da Boca / Nel cuore della parola de Vera Lúcia de Oliveira (Bari, Adriática Editrice , (2003), 155p. ), até porque Vera Lúcia tem hoje leitores em vários países do mundo, muitos mais no Exterior do que no Brasil, que ela, aliás, tanto honra lá fora e entre nós...

(Antônio Lázaro de Almeida Prado, Jornal A voz da terra, Assis, SP, 25/08/2004)

Antonella Giacon

"No coração da boca / Nel cuore della parola" di Vera Lúcia de Oliveira

Entrare in un libro per me è come giungere in un paese sconosciuto a tutti gli effetti; devo iniziare a percepire le caratteristiche del suo paesaggio, i colori del cielo, i profumi, gli odori che ne permeano l'aria, la particolare energia che lo connota e crea sintonie e disarmonie con il mio passo e il mio respiro, i suoni che lo attraversano, e questo avviene in ogni caso, sia che la lingua utilizzata mi appartenga come parlante, sia che io debba avvicinarmi ad essa con la mediazione di una traduzione più o meno riuscita.

 Mi occorre del tempo, credo che occorra a tutti, per rendere questo paese/libro parte della mia esperienza, ed è un tempo non scritto, non determinato da volontà, una sorta di graduale adattamento che è insieme scoperta, riconoscimento, stupore. Affiatamento forse può essere la parola più adeguata, ecco allora che chi scrive diviene compagno, compagna, fratello, sorella, madre, padre di tristezze e passioni, unendoci in un legame che si fa talmente stretto da divenire nostalgia nel momento in cui si giunge all'ultima pagina.

Il tempo crea la relazione e come in alcune relazioni a volte il tempo necessario è talmente lungo da farci quasi desistere, desiderare di non averlo mai incontrato;a volte il tempo concesso per la conoscenza si esaurisce rapidamente, il libro ci tradisce fin dalle prime pagine, oppure noi stessi non riusciamo a procedere al suo passo, perdiamo il fiato, siamo costretti a fermarci per strada, a volte è una vera propria scelta quella di lasciarlo, senza ritornare mai più laggiù, dove lo abbiamo volontariamente abbandonato.

L'esperienza con No coração da boca / Nel cuore della parola (Bari, Adriatica, 2003) per me rappresenta un caso di contatto a prima vista, non oso parlare di amore, ho troppo sgomento e rispetto per una parola tanto forte e così abusata per nominarla a voce troppo alta. Bastano poche, pochissime pagine per entrare nel paese-libro di Vera sentendosene vivamente accolti; questo territorio si offre con straordinaria morbidezza alla visione, al tatto, all'ascolto. Ecco la prima percezione, che è di vicinanza e connessione, come se il poema necessitasse di essere colto attraverso un’adesione stretta di pelle e che in questo stato di immersione avvolgente, uterina, sia possibile ricevere la parola.

La raccolta si presenta visivamente come una collana composta di materiali diversi per forma, colore, peso, dimensioni, eppure compatta: l'uso di questa diversità di materiali ci permette volta per volta di soffermarci, anzi ce lo impone. Ogni grano della collana è la voce/corpo di un individuo, ed è tanto particolare proprio perché strappata, incisa col coltello affilato in un momento preciso della sua quotidianità.

Ogni voce è dunque una storia, ma appunto è una storia strappata, lacerata, e di questa lacerazione se ne sente vivamente il rumore, non solo nelle orecchie, ma nella pelle. Di questa storia noi non conosciamo il prima, se non per segnali misteriosi, che con fatica possiamo provare a connettere, con la sensazione pervadente di banalizzarla, e non conosciamo il dopo. Il dopo ci si spalanca davanti come una strada angosciosamente aperta dove questi corpi/voci emersi per un attimo vengono inghiottiti.

Compaiono di fronte a noi volti, gesti precisi, carichi di energia, un'energia tale da attirare la nostra attenzione, voci che con forza urlano nelle orecchie oppure riescono a sussurrare con un'intensità tale da lasciarti smarrita. Che cosa vogliono queste storie, non che cosa vogliono dire, ma proprio che cosa vogliono da noi queste storie?

Perché non si tratta di storie qualunque, anche se appena ascoltate sappiamo di averle sentite centinaia di volte: è la storia del bambino arrabbiato che nessuno capisce, dell'uomo che chiede l'elemosina, della ragazzina picchiata, del vecchio che vuole morire a casa sua, del ragazzo al quale non è stata comunicata la morte del padre, della donna che si sposa per non restare a vivere con la sua famiglia...

Chi non ha mai sentito storie simili? Eppure, proprio perché risultano fissate qui, in un fotogramma immobile, esse diventano qualcos'altro. Il nostro sguardo si collega alla pancia e la visione acquista connotazioni diverse.

Dice ledo Ivo, grande poeta brasiliano, che ha scritto una delle prefazioni al libro: "Il tessuto poetico usato da Vera Lúcia de Oliveira non è un arazzo, piuttosto un semplice ordito che indica la più vera materialità della vita". Ecco, forse questo è il segreto della condizione in cui ci pone la poesia di Vera, questa poesia riesce a materializzare la vita e noi ne siamo toccati. Perché questa vita, questa povera vita fatta per lo più di esseri lasciati ai margini: vecchi, bambini, vagabondi, affamati, creature sole, incapaci di decisione, ci appartiene, ci appartiene straordinariamente. E questa poesia ce le restituisce.

Come uno schiaffo in faccia, come un dolore profondo nelle viscere, come un battito cardiaco più pressante, e a volte, si, come una carezza e una musica. Vi sono in questo universo di dolori, di incomprensioni, silenzi, crudeltà, momenti di dolcezza che si manifestano con naturalezza, non in funzione di placebo, ma come attestazione di verità:la vita è anche questo.

La dolcezza anzi, secondo me, permea tutta la raccolta: si china sulle teste dei bambini, ma anche sugli oggetti consunti della vita quotidiana, sulle forme della natura, e pure sulla rabbia e la violenza, diviene compassione non edulcorata per tutto quanto non si comprende, non si giustifica, ma esiste.

Vi è la coscienza del valore profondo che porta in sé l'esperienza di ogni essere, del suo bisogno d'integrità, espressa compiutamente nella poesia "Musica".

Vorrei spendere ora solo poche parole rispetto alla scelta formale: il verso è libero, ma un verso libero, come dice ancora Ledo Ivo, senza maiuscole, senza virgole, senza punti finali, un verso che si vuole nudo e sprovvisto di incanti e ornamenti, proprio per aderire il più possibile al parlato del quotidiano delle creature che Vera ha scelto di incarnare o che attraverso di lei hanno scelto di incarnarsi.

Dice una massima taoista "La grande abilità assomiglia alla mancanza di abilità". Non vi è nulla di più difficile, dopo aver tanto letto, studiato, lavorato, amato la parola, che lasciarla andare e tagliare con coraggio fino a raggiungere la carne viva, ottenendo il risultato della naturalezza estrema. Questo risulterà evidente per quanti leggeranno questo libro.

Vorrei concludere con un breve brano tratto dall'ultima conferenza pubblica tenuta dal grande scrittore Raymond Carver prima della sua morte, che sintetizza mirabilmente le linee essenziali d'ispirazione presenti in questo libro. Carver, definito il fondatore del minimalismo, nella sua prosa e poesia asciutta, dura e a volte sorprendentemente tenera, ha diversi punti in comune con Vera, per quanto le loro strade finora non si siano mai incrociate:

 

Santa Teresa, questa donna straordinaria vissuta 373 anni fa, ha detto: "Le parole conducono ai fatti (...). Preparano l'anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza".

Così espresso questo pensiero è limpido e bellissimo. Lo ripeterò un'altra volta perché, in un sentimento portato alla nostra attenzione a questa distanza, in un'epoca che è sicuramente meno disponibile a sostenere questo importante collegamento tra ciò che diciamo e ciò che facciamo, c'è anche qualcosa di straordinario, di esotico: "Le parole conducono ai fatti (...). Preparano l'anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza (...).

Molto tempo dopo che quello che vi ho detto vi sarà passato di mente, tra qualche settimana oppure tra qualche mese, e l'unica sensazione che vi rimarrà sarà quella di aver partecipato a una grande riunione pubblica, quando noterete la fine di un importante periodo della vostra vita e l'inizio di uno nuovo, nell'elaborare i vostri destini personali, provate a ricordare che le parole, quelle giuste, quelle vere, possono avere lo stesso potere delle azioni.

E ricordate anche quella parola poco usata che è ormai quasi sparita dall'uso, sia in pubblico che in privato: tenerezza. Non potrà farvi male. E quell'altra parola: anima - o chiamatela spirito, se preferite, se vi rende più facile rivendicare quel territorio. Non scordatevi neanche quella. Fate attenzione allo spirito delle vostre parole, delle vostre azioni. È una preparazione sufficiente. Non c'è bisogno di altre parole. ("Meditation on a Line from Saint Teresa", conferenza tenuta da Raymond Carver il 15 maggio 1988 all'Università di Hartford, Connecticut).

(Antonella Giacon, presentazione di "Nel cuore della parola", Università per Stranieri di Perugia, 26 febbraio 2004)

Izacyl Guimarães Ferreira

"Pequenas dores, pequenos prazeres da lembrança"

Vera Lúcia de Oliveira é poeta que não grita, não fala alto, nesse livrinho precioso da editora “Escrituras” que se chama certeiramente No coração da boca. Fosse poeta aflita ou declamatória e o título seria “Com o coração na boca”. Mas é todo o contrário, como bem comentam o prefácio de Lêdo Ivo e as orelhas de Donizete Galvão. Porque é a boca falando pelo coração contido o que se lê.

O lirismo do fato escrito (ou é a escrita que o faz lírico?) determina uma poesia quase falada – essa preciosidade rara hoje . Aliás,menos que falada, murmurada, segredada.

Seis dezenas de textos curtos, em minúsculas, sem pontuação, fluxo do narrado e sofrido e interiorizado, em que prevalecem a ternura, a compaixão. Não há queixas. Talvez, usando-se palavra em desuso, um sopro de queixume. Melhor: uma tristeza pequenina ao repassar coisas de infância. E uma denúncia discreta mas firme de injustiças contempladas. Uma compreensão das vidas maltratadas desta ou daquela pessoa que passou frente à poeta.

Mas nem de longe pense o leitor que estamos diante de poeta “naive”, autora de trovas, conversadora doméstica. Sua poesia, bem lembra o prefácio, é construída, não há brechas para o erro ou o sentimentalismo. Há é sentimento. E sentimento legítimo e bem escrito é raro, sempre, não só agora, nesses tempos fáceis de acesso ao texto.

Falsa simples, como Bandeira, seu texto não se descuida, sendo sempre seguro, nada sobra nem falta na história que conta, pois são histórias seus poemas. Traz para dentro, para o coração da boca, o visto e o recordado.

O verso é livre e solto, o ritmo é de adágio, instrumento solo, tom menor. A visualidade do que conta é em branco e preto, não faz falta o colorido.

Não conheço outros livros de Vera Lúcia de Oliveira, poeta que tem luz verdadeira como seu nome promete. A julgar pelos importantes prêmios recebidos até agora, estaremos diante de um nome forte para esta nossa sempre surpreendente poesia brasileira. É esperar e ver.

(Izacyl Guimarães Ferreira, União Brasileira de Escritores, 25/05/2007)

Marco Agueiva

"Buscando a si mesmo no outro"

Hoje é aparentemente consensual que o mundo é uma invenção do homem, o qual lhe atribui sentido(s). No Ocidente, até finais de oitocentos, a experiência humana seguia cumprindo os dogmas da distinção nítida e inequívoca entre os seres - entre o homem e as coisas. Da razão clássica e seu processo de avaliação, classificação e sistematização, desta objetividade que impõe a separação do sujeito das coisas, não escapou nem mesmo a poesia. Egocêntrico, o poeta lírico de extração clássica distancia-se do mundo: quando muito o figura como cenário. Põe-se este solipsista distante de seu semelhante, ignorando que seu devir está preso ao dele, não reconhecendo que todos somos feitos da mesma carne e estamos enleados todos na mesma trama da vida. Vê-se assim que, em finais de oitocentos, a poesia e a Filosofia têm buscado religar o homem ao tecido da vida, restituindo nele a condição de inacabamento que o define. Estamos falando, portanto, de novos paradigmas na arte e no pensamento, em que a existência individual só adquire pleno sentido como possibilidade de acesso ao outro.

É, segundo nos parece, na consciência do outro, em toda sua pluralidade de sujeitos e vozes, que radica a matéria-prima tensa, intensa e poeticamente problematizada em No coração da boca, de Vera Lúcia de Oliveira (São Paulo: Escrituras, 2006). É nos liames de uma voz central que com mestria se recolhe, oculta e cabalmente silencia que há o entrelace "de monólogos desolados", registrando "o desamparo e a colisão de seres miúdos, de pequenas vidas aflitas e ambientes sufocantes", como bem o assinala Ledo Ivo no prefácio. "No cerne da palavra, pulsa o coração do poeta cheio de compaixão e de ternura pelas vidas minúsculas", ao ver de Donizete Galvão. É subindo ao palco do poema - como poderá o leitor atestar na leitura do livro - que, na condição de "vidas minúsculas", sujeitos e vozes se carregam de iminência e sustentam defronte de si mesmos tanto sofrimento e tantas carências que seguramente rebentará todo o pathos do existir humano individual e coletivo, fenômeno poético de que damos a seguir dois exemplos - seguramente uma medida insuficiente, haja vista ao fato de o livro, a nosso ver não sem ambigüidade, ganhar imensa força na totalidade das partes.

 

Dona Cota

 

disse que a dona Cota tinha começado

a falar com os mortos

chamava o pai, falava com a mãe

disse que era assim os mortos

é que vinham buscar os vivos

quando a gente já é um pássaro

e se prepara para o vôo

mas ainda não sabe

se vai voar

 

Vozes

 

dizia que ouvia umas vozes provindas das coisas

que todas as coisas estavam povoadas

que as coisas habitavam os corpos

que quando uma pessoa saía a coisa

ficava gemendo a ausência como um cão

que não pode viver sem a ternura do seu dono

 

Em uma elocução marcada pela ausência de maiúsculas, vírgulas e pontos finais, a sugerir o fluxo incessante e polifônico de vozes anônimas absolutamente prosaicas na corrente rítmica, mas também absolutamente poéticas ao engendrarem-se como parte e como todo de um grande poema atento ao seu tempo, pois nele se cumpre com plena eficácia seu projeto: o de levar o leitor a conhecer a si mesmo conhecendo o outro, resultado da consciência da necessidade de descondicioná-lo, em termos operativos, de seu isolamento solipsista, e assim restituí-lo em sua humanidade embotada.

Vera Lúcia de Oliveira é pesquisadora e professora de Literatura Portuguesa e Brasileira na Itália, autora de Poesia, mito e história no Modernismo brasileiro, obra na qual é enfatizado o papel de Oswald de Andrade, Cassiano Ricardo e Raul Bopp no desnudamento de dimensões ocultas da realidade brasileira. "A poesia é linguagem da integridade do ser, é esforço de reunificar segmentos do real fragmentado, é possibilidade de harmonizar contradições insanáveis em outros âmbitos." Nos campos científico e poético, o interesse da autora parece mesmo convergir.

(Marco Agueiva, na Revista da UBE “O Escritor” n.118, aprile 2008)

Osvaldo Duarte

Acabo de ler No coração dá boca e saio do seu livro de alma estremecida. Sua poesia já nasceu vigorosa (talvez já tenha dito isso) e alcança a cada dia aquela dimensão quase imutável que cede espaço apenas aos grandes.

No coração da boca é o grito sufocado mediante a dor que humaniza, a dor necessária que nos permite reconhecer no outro (o semelhante?) o limite do que nos iguala, como aliás, sugere Alda Merini na epigrafe tão bem escolhida.

A poesia é sortilégio organizado? Talvez... Neste livro, sua obra de tom radicalmente íntimo e cotidiano, impressa em baixo relevo, mas livre de qualquer douradura (agóra também em dimensão social) é o grito que ecoa para dentro de cada um de nós, como nuvem ou sombra que nos obriga a tatear de olhos bem abertos para não nos perder. Mas é também o seu arco-íris que estica e vivifica nossa alma. Quanto à dor, ela não está na poesia. Está na mácula imperceptível das coisas, por isso dolorida e rica.

(Osvaldo Duarte, comunicazione personale, 30/06/2008)

Germína, revista de literatura e arte, 16/03/2014
"No coração da boca", Vera Lúcia de Oliveira
http://www.germinaliteratura.com.br/blog_estante41.htm

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(by Claudio Maccherani )