Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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Note critiche su

Verrà l'anno

di Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)

Fara Editore, Santarcangelo di Romagna (RN), 2005

Testi critici di Davide Argnani, Chiara De Luca, Narda Fattori, Vincenzo D'Alessio, Caterina Camporesi, Brunella Bruschi, Antônio Lázaro de Almeida Prado, Giovanna Musolino, Alessio Brandolini, Giovanni Ramella

"Verrà l'anno"

Davide Argnani 

"Verrà l'anno"

La poesia di Vera Lúcia de Oliveira denota un senso profondo di rassegnazione esistenziale, ma non di sconfitta. Attraverso lo scavo interiore e una introspezione genuina, la poetessa azzera la rabbia dell'impulso e senza freni nega ogni pregiudizio nei confronti dell'Essere. Resta pur sempre il tormento quale contrasto fra valenze di valori, ma poi la liberazione da ogni pericolo avviene grazie al particolare carattere dialogante della parola, che sa stare ben salda al confronto con la realtà. Quando «verrà l'anno», cioè il tempo del rendiconto, sarà la poesia «senza addobbi» a salvare il senso della vita, e ciò è una delle cose più belle che la parola possa offrire.

(Davide Argnani, "Verrà l'anno", Le Voci della Luna, n.25 giugno 2003, Sasso Marconi, Bologna, pp.21-22)

Chiara De Luca 

"Verrà l'anno"

Vera Lúcia de Oliveira parla "in due lingue da sola", affida al vento un messaggio, invita attorno al fuoco parole, chiamando "le cose ad accompagnarle". Ed è così questa poesia: non un mero tentativo di nominare, bensì un evocare le cose mediante la scelta accurata di parole "semplici", quotidiane, dirette, eppure vibranti, sospese in una tensione continua, che ne accresce le potenzialità iconiche.

"Pare che piova fuori è il primo di gennaio / pare che ci sia festa che scoppino i botti /io qui mi copro bene è freddo / ho costruito una cuccia tutta pronta / per le tempeste adesso nulla / più accadrà che non saprò risolvere / da sola"

A partire da questa poesia di apertura, si configura quello che è l’elemento portante di Verrà l’anno, ovvero la dialettica dentro/fuori, (buio/luce), dove il dentro, il nucleo non è tanto uno spazio fisico (benché simbolicamente rappresentato dalla casa), quanto piuttosto un luogo dell’anima, pronta ad accogliere vite, oggetti (e sensazioni), e a lasciare nel fuori tutto quanto in essa non può trovare accoglienza e riparo ("la casa è un’altra in questa / non c’è posto per gli estranei"), benché faccia parte dell’esperienza dell’ospite, di colei che apre la porta, o che, per meglio dire, non la chiude.

Nella casa possono entrare le piante, che come il poeta cercheranno la luce, "potranno crescere sugli angoli fino / alle finestre e poi girare i loro rami / sopra le porte e fare della casa / una piccola foresta". E possono entrare animali con cui in qualche modo il poeta si identifica: un passero, che "quando vorrà potrà anche uscire»; un gatto, insieme al quale il poeta, "questo grosso gatto strano", immagina di uscire, per "annusare il muro e guardare il cielo", per misurare i propri "passi esatti", "e poi ritrovare l’uscio"; i ghiri, che come il poeta «hanno il segreto del sonno» e avvertono la notte respirargli dentro, perché "tutto è come prima / per cui puoi dormire di più anzi volendo / potresti dormire per sempre" (la differenza è che non ci si sveglia); le rondini che nel tepore del letto caldo "crederanno di volare ancora / godendo il tepore del sole".

È questa dialettica – viva e orchestrata con perizia – a realizzare la forte coesione che caratterizza Verrà l’anno, facendone un percorso in cui anche il lettore è indotto ad entrare e uscire dai luoghi dell’anima, passando incessantemente dal buio alla luce, attraversando le stanze della memoria, dove il fuoco del ricordo appare in una certa misura "addomesticato". Nella sicurezza dell’interno, della "cuccia" costruita dalle macerie di appena accennati, eppure ben presenti dolori, il poeta può guardare al freddo del fuori con maggiore equilibrio e consapevolezza, che le conferiscono il coraggio di affrontare le future "tempeste".

Mentre di notte tutti escono a guardare i fuochi d’artificio, il poeta resta dentro, felice di non dover uscire "e dire che bella tutta quella lucentezza", di non dover ammirare una luce artificiale, cui preferisce il bagliore della candela, anch’esso artificiale, eppure vivificato dal suo stesso fiato (là fuori la luce era artificiale), perché la notte è "sorella" (ora nella mia casa la notte), "perché l’amore ha un buio" (bene diceva bambini miei ora vi amo). L’amore è chiaroscuro, compresenza, la stessa che abita l’animo del poeta, che anche in sonno resta sveglio ascoltando il cuore e lasciandosi portare dal sangue (la differenza fra il mio e il tuo sonno), mentre "[…] il sole entra / di notte a cercarti pensi di sognare / ma sei sveglia (puoi disfare le valigie). Così la luce sognata dal «fuori» si unisce alla luce custodita nel «dentro»: «mi sveglio dentro ho la luce / all’interno delle vene ho tutte le luci / accese non so spegnerle / la notte esse vanno a letto / insieme ai miei sogni".

È questa la luce che il poeta cerca, che il poeta canta ("la luce ti canto la luce"), quella che entra nel "dentro", "che acceca e rovista / in tutte le direzioni / anche dove non vorrei", che si insinua nell’anima, che trova nella natura il suo specchio:

"Il bosco è una casa di occhi / li vedevo nascosti e mi vedevo / a guardarli rompersi dai gusci / e venire fuori a salutare il giorno / buon giorno la luce lambiva / ogni piccola foglia ogni piccola / fessura"

Nella casa, nel dentro, possono entrare i ricordi, e "c’è posto per i morti essi" debbono però "stare in silenzio come si conviene / ai morti sennò cominciano a lamentarsi / e non ho il cuore per tanto dolore". C’è posto per le fotografie, ma rovesciate, perché facciano "cadere dalle poltrone i loro morti", strappandoli al silenzio e all’immobilità, inducendoli "a raccontarsi tutto quello che hanno visto / per decenni fermi nelle loro cornici" (in questa casa metto le fotografie al rovescio). E c’è posto per i volti familiari, come quello della madre, che non riemerge dai ricordi di bambina, bensì da quelli di adulta che ridiviene bambina (per certi bordi cammino mamma, la mia mamma mi cullava quando ridiventavo bambina, certe mamme dimenticano), manifestando il desiderio di tornare nella prima casa, nel calore dell’utero: "la voce della mamma è un lungo filo / che attraversa l’oceano / io ci abito sempre che il telefono suoni / mamma mi fai entrare un po’ di nuovo / in quel cordone?". Il padre ha invece il volto del dolore (il babbo era sempre in ansia, mio padre ci comprava i botti, se amava era con dolore), un dolore che se prima era inspiegabile, adesso è divenuto familiare, di casa nel "dentro", custodito, quasi vezzeggiato, sempre acceso: "non ha porte per i dolori / questi sono già dentro / i dolori che sono dentro / sono come animali / domestici se li lasci / guaiscono / poi riprendono a guaire / se torni".

Altro elemento portante di questa raccolta è il tempo. Anche in questo caso non si tratta tanto di un tempo fisico, quanto piuttosto di un flusso modulato dai battiti del cuore, di un precipitare di esperienza che supera l’effettiva scansione temporale: "ho tolto l’orologio / per saltare qualche minuto / e poi ritrovarmi avanti e / pensare ma che era quel / pungolo da una parte del / cuore che per sé batteva / con la punta fuori dal tempo?". Il tempo appare come una costrizione, una catena da spezzare per rompere la monotonia, per lasciare il fuori libero di avvicinarsi all’interno dell’anima, che decide la scansione della sue giornate sulla base dei propri moti più profondi: "il calendario fu inventato da un sadico / certi giorni sono fatti per essere sempre sabato / altri giorni un giovedì altri una domenica / sicché ci sono giorni che non sono mai quello / che sono solo quello che avrebbero voluto essere".

Eppure il tempo procede il suo corso, ogni suo più piccolo sussulto genera cambiamento, ed è destinato ad essere registrato: "c’è una goccia in cucina / che misura i secondi / non uno va via / senza che lei lo conti".

Ma il tempo è anche quello del succedersi delle stagioni della vita, nel passaggio dall’infanzia (rievocata a più riprese, in flash di memoria) all’età matura, un avvicendamento in cui il tempo pare proseguire su due binari paralleli, in cui il tempo (fisico) della crescita esteriore non corrisponde a quello della maturazione interiore: "ci sono momenti in cui cresciamo fuori e ci vedono / ci sono momenti in cui cresciamo dentro e solo / noi vediamo e siamo più grandi di un palazzo / e più grandi di una balena e nessuno dico nessuno / è capace di vedere quanto siamo cresciuti".

Questa evoluzione, questo passaggio da una fase all’altra della vita si riflette nel cambiamento dell’aspetto della casa, ovvero nella metamorfosi che subisce il "dentro", l’anima, con l’accumularsi del dolore e dell’esperienza. Dalla "cuccia" della sua casa bianca, che si preoccupa di non riempire troppo, affinché "ci sia posto anche per noi", il poeta può riguardare alla "casa gialla", a quel tempo interiore dell’anima in cui tutto era luce e calore, e che "aveva bei finestroni che io schiudevo / alla luce e tutto era giallo dalle posate / alle tende dalle finestre alle pentole". E può guardare alla "casa nera", all’anima colma di notte e divenuta prigione: "ed eri felice perché la notte non / la temevi ma io dentro la notte / ero caduta dicevo non ci so stare / non trovo l’entrata né mai sono / capace di ritrovare l’uscita". E può infine guardare a quell’altra casa, a quell’anima che occorreva lustrare continuamente, che doveva essere "ripulita non so da cosa ma il / fatto è che era sempre sporca".

Ma la casa ideale, quella del sogno, è il guscio della lumaca (sognavo una casa sulle spalle), la dimora che avvolge, affinché si resti nel dentro, con la "la comodità di partire / con dentro il corpo le pareti / per avvolgerlo", affinché l’interno sia protetto, e il corpo abbia in sé la difesa dal fuori, quella "culla" dove custodire esperienza e ricordo.

Ma anche al di fuori del sogno, anche nella "casa bianca" è entrata la quiete a sanare ferite che parevano inguaribili, così che l’anno nuovo è davvero libero di entrare:

"io guarisco da sola ritrovo / il mio letto mi stendo poi / leggo mi svago immagino / viaggi da fare partenze / fermate ritorni poi mi / stanco rimbocco le / coperte dormo".

(Chiara de Luca, "Verrà l'anno", 07/12/2005, © copyright Fara Editore, http://www.faraeditore.it/html/recensioni/deluca-deoliveira.html

Narda Fattori 

"Verrà l'anno"

Le poesie di questo libro mi sono venute incontro con la freschezza di un racconto infantile. Hanno una voce limpida, quasi ingenua, suonano timbri chiari, si lasciano accogliere come doni innocenti.

Facile per un lettore distratto cadere nell’inganno: questa poesia dice di memorie e di dolori, come sanno farlo le fiabe, in maniera quasi trasognata: “ci possono stare i malati / quelli a cui duole la testa / forte e poi si sdraiano e poi / dormono e il letto li avvolge / e il dolore li insegue nei sogni / e loro si svegliano credendo/ di non aver dormito.”

Accanto a questa svagatezza che stonda l’asprezza del messaggio, mai consolatorio, la poetessa mette in scena tutta la sua maestria elusiva, dice sottotraccia, dice a chi ha orecchi per intendere e non si perde nel facile ascolto del verso rotondo, ben calibrato, musicale.

Si legga: “ nella mia casa adesso entrano i ghiri / anch’io sono un ghiro e così ci riconosciamo /(…) /lenti sentiamo il respirare piano / la notte di ognuno di noi.”

È ancora: “(…) la mamma ci cullava piano / il babbo non voleva dormire / il suo era un altro sonno.” dove la de Oliveira ci dice il dramma della morte con le parole di un racconto per piccoli bambini, per innocenti creature.

In questo libretto che censisce persone e avvenimenti, persone care e avvenimenti piccoli, si cela una riflessione esistenziale di alto spessore che volutamente fa della leggerezza il leit-motiv del procedere del tempo. Basta rovesciare le foto perché i defunti scivolino dalle cornici e tornino a vivere, dove le parole si impietosiscono della crudeltà che le abitano e se ne vanno per porre un limite alla sofferenza. Torneranno quando si sarà assorbito anche l’ultima tumefazione.

La cognizione del dolore e dell’impurità che è interna all’esistere stesso, trova un dettato originale e tenue in questi versi di raro spessore di lucidità: “poi ne avevo un’altra che lustravo / i vetri luccicavano i pavimenti / la casa doveva essere sempre / ripulita non so da cosa ma il / fatto è che era sempre sporca.”

Le tematiche che affronta la poetessa non sono diverse da quelle che sono affrontate dai più e dai “grandi”; pur tuttavia essa sa distinguersi attraverso una personale affabulazione che utilizza i dati di una memoria infantile per dire e anche semplicemente affermare, come il primo o l’ultimo degli innocenti, che ella non ne conosce origine e causa, né tanto meno soluzioni, ma niente sfugge ad un’attenzione centrata soprattutto sul particolare e che dal particolare trae lezioni d’universale: "c’è una goccia in cucina / che misura i secondi / non uno va via / senza che lei lo conti".

(Narda Fattori, "Verrà l'anno", 20/01/2006, © copyright Fara Editore, http://www.faraeditore.it/html/recensioni/narda-deoliveira.html)

Vincenzo D'Alessio 

"Verrà l'anno"

La raccolta poetica, che reca il titolo Verrà l'anno, è una severa struttura di "paroline" distese sulle candide pagine di un tempo che dondola "culle di carta" sospese sul nostro difficile mondo di uomini/donne.

Una casa, che somiglia sempre più si legge, al cuore che pulsa senza sosta tra amore e ragione, vita e sofferta sincerità, luce e buio.

Tutto è misurato e chi legge tenta di varcare la soglia luminosa della casa/cuccia dell'IO presente, passato, futuro (se è possibile).

Irrimediabilmente tornano alla mente i versi potenti della Casa dei doganieri di Eugenio Montale: 

"(…) desolata t'attende dalla sera / in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto."

Come in quella, anche in questa casa di Oliveira, il tumulto dei pensieri, le tempeste dell'esistenza, si aprono all'incontro con la sera dell'esistenza, la parabola in cui anche la notte viene chiamata "notte sorella" (p. 26).

Un palpabile racconto nel quale affiorano coordinate le mani frementi della 'mamma', terra e feconda risoluzione di continuità dell'esistere, e la figura del 'babbo" sospesa al dolore dell'indefinibile. Tutto si affida alla sensibilità del lettore che deve assumersi il compito di scoprire quella immensa figura che giganteggia dentro chi scrive e che 'la Nostra' definisce con questi versi:

"(…) nessuno / è capace di vedere quanto siamo cresciuti" (p. 28).

Un tempo che sembra passato e che svolti verso un altro tempo, senza soluzione di continuità. L'ironia che sorge per non farsi male troppo. La felicità nascosta nell'accudire le cose che circondano la nostra vita reale e quella che immaginiamo appartenerci.

Il gatto/poeta ritorna molte volte ad "annusare il muro", "guardare il cielo". Ritorna come il "gatto bianco celibe" di Borges. Come ritroviamo i cani, fedeli e feroci. Il passero, il ghiro, le rondini e il bosco: sinestesia della casa/cuccia dove si guarda e si è guardati: specchio di similitudini naturali, mondo conosciuto e incomprensibile, cordone ombelicale dove rientrare e sopravvivere. Una poesia matura; che sfida il tempo o l'anno che verra?

(Vincenzo D'Alessio, "Verrà l'anno", gennaio 2006, © copyright Fara Editore, http://www.faraeditore.it/html/recensioni/d'alessio-deoliveira.html)

Caterina Camporesi 

"Verrà l'anno"

I mutamenti, avvenuti negli ultimi trenta anni nelle categorie di spazio e tempo, che la contemporaneità ha ora di fronte, sono tanto radicali quanto ancora poco elaborati. Un tempo, dilatato in un eterno presente, sembra potere fare a meno della memoria, interamente affidata oramai al cervello del computer.

La poesia che si nutre, invece, di luoghi e tempi passati e futuri, ancora ricorre a questa straordinaria funzione della mente umana, allorquando anche si affida al frammento, piuttosto che alla continuità.

La poetessa, della quale ci stiamo occupando, in un’intervista su «Le Voci della Luna» (n. 20), riconosce alla memoria un valore primario per il pieno sviluppo umano e artistico, sia individuale che collettivo.

La memoria si allaccia in parte alla tradizione e rappresenta per ciascuno di noi la casa che ci segue dovunque andiamo. Essa è colma di presenze, assenze, conoscenze, emozioni, affetti che appartengono al passato, tuttavia, riserva ancora spazi per domande aperte sul futuro: "sognavo una casa sulle spalle / come una lumaca dicevo / le lumachine non si stancheranno? / ma poi pensavo vuoi mettere / la comodità di partire / con dentro il corpo le pareti / per avvolgerlo?"

La de Oliveira costruisce la casa alla stessa maniera con la quale costruisce la propria identità: giorno dopo giorno, avvalendosi di ogni esperienza, riflessione ed elaborazione, cimentandosi con la perdita, il dolore, l’esilio accompagnati da amalgamanti rinascite.

Un unico filo segna il cammino del tempo nel tempo ed un unico filo impasta la luce con l’ombra, la razionalità con l’istinto, il sogno con la realtà.

La casa-memoria di Lucia è tanto colma di saggezza che può liberamente aprirsi al mondo per accogliere nuovi stimoli, come può anche richiudersi per diventare luogo di raccoglimento, e di silenzio. L’acquisita solidità può lasciare fuori la frenesia dei festeggiamenti e lasciare sdraiati su comodi e colorati cuscini per apprestarsi a gustare “il sacchetto di dolci” che il nuovo anno porta sulle spalle.

Il giusto contatto con la propria casa psichica aiuta a disseppellire, fra macerie accatastate, i gemiti e le emozioni che anelano a parole per essere detti e condivisi.

Solo affrontando lo smarrimento dell’esilio e della solitudine si diventa se stessi e ci si abita, alimentandosi delle “praline di tempo” che ogni volta hanno un sapore nuovo.

La poesia contemporanea non ha più pretese metafisiche e l’io del poeta diventa eroico nel suo apparire antieroico: esistere significa anche resistere e la poetessa si è affidata ad un tempo scandito dal battito in sintonia col ritmo personale: "il calendario fu inventato da un sadico / certi giorni sono fatti per essere sempre sabato / altri giorni un giovedì altri una domenica / sicché ci sono giorni che non sono mai quello / che sono solo quello che avrebbero voluto essere."

(Caterina Camporesi, "Verrà l'anno", febbraio 2006, © copyright Fara Editore, http://www.faraeditore.it/html/recensioni/camporesi-deoliveira.html)

Brunella Bruschi 

"Verrà l'anno"

Il libro nasce una sera dell’ultimo dell’anno, o così perlomeno si intuisce leggendo, quando i fuochi d’artificio impazzano nel cielo in un caleidoscopio di colori e gli animali spaventati fuggono via, quando si sta insieme e si mangiano dolci vivendo un diverso ritmo del tempo. C’è una sorta di interruzione del tempo e dello spazio consueti tra un anno e l’altro, un tempo indefinito, uno spazio interiore: “Sembra / abbia attraversato / l’intero millennio / anziché l’istante”. Si fanno progetti per il nuovo anno, si percorrono con nostalgia i ricordi, si fa un bilancio del passato, dei nostri affetti, di come siamo cresciuti o rimasti noi stessi, della fatica di vivere e della nuova energia che ci si prospetta nella festa. Vera, però, resta un po’ in disparte, come sempre: “Io dentro avevo un cuscino / ed ero contenta di non dover uscire / e dire che bella tutta questa lucentezza”. Resta in disparte per ascoltare più a fondo il suo cuore in questo momento particolare “e / pensare ma che era quel/ pungolo da una parte del / cuore che per sé batteva / con la punta fuori dal tempo?” Solo così, in un tempo diverso, dalla cadenza irregolare, parte la moviola del recupero memoriale che riguarda affetti, case abitate, animali e piante, la scrittura, ed è un percorso a cui Vera non si abbandona del tutto, che è sempre illuminato da una razionale distanza, nonostante i punti di vista siano diversi e tra questi ci sia anche quello teneramente surreale della bambina.

C’è una lieve nostalgia delle cose passate: ”là fuori la luce era artificiale / anche dentro lo era ma io soffiavo / sulla candela le davo l’ossigeno / ed essa viveva viveva.”

Ma c’è anche la voglia di liberarsi delle scorie, di gettare le pentole vecchie, sebbene l’ultimo verso di una poesia reciti: “Tutto non possiamo buttare”. Dunque in questa festa c’è un dentro e un fuori, chi osserva e riflette dal di dentro e un fuori che spia con gli occhi del bosco il personaggio che parla in prima persona: “Il bosco è una casa di occhi/ li vedevo nascosti e mi vedevo a guardarli rompersi dai gusci/ e venire fuori a salutare il giorno / buon giorno la luce lambiva / ogni piccola foglia ogni piccola / fessura.”

E da questo sguardo biunivoco, come un guardare e guardarsi contemporaneamente, parte la girandola dei pensieri, delle considerazioni sull’oggi, sul passato e sul futuro. “Nella mia casa entrano i ghiri”; “Ora nella mia casa c’è posto per le rondini”; “Poi aprirò il cortile ai gatti”; “Se nella casa vorranno entrare le piante / c’è posto anche per loro”. Nel passato, nel presente e nel futuro si proietta la scrittura: “Paroline entrate di voi / mi fido siete sempre sorelle / mi avete visto nascere e poi mi avete / accolta nelle vostre culle di carta… Mi avete detto adesso basta / domani torniamo.”; “Attorno al fuoco invitavo parole / chiamavo le cose ad accompagnarle / nel viaggio ignoto ma tu dicevi / ci metti troppi percorsi dentro / come si può stare in una storia/aperta a tutte le direzioni?”

Le parole sono fidate perché si accompagnano alle cose e poi promettono di tornare ogni volta. La scrittura è il fil rouge che unisce in continuità presente passato e futuro, è una riflessione che continua, e nella prospettiva dell’anno nuovo è come gli affetti e le presenze naturali, un porto sicuro, un esercizio irrinunciabile che ritrae la vita vissuta in profondità, pur nell’incontro-scontro fra due lingue diverse che ulteriormente moltiplicano in un dialogo il discorso che torna col vento al mittente: ”Ora in due lingue da sola/ parlo a non so chi il vento / capisce pare e porta via/ al mittente il messaggio.”

In questi testi, naturalmente, c’è soprattutto una dichiarazione di poetica molto importante: scrivere è affiancarsi alle cose, rappresentarne la verità, come afferma Leopardi nello Zibaldone: “Chiamar le cose col loro nome” e come ci ha insegnato il nostro amico Gianni D’Elia: “Segreto è l’evidenza delle cose”. Il lavoro della scrittura ci fa crescere, ci fa maturare, non soltanto nel comporre poesia: ”Ci sono momenti in cui cresciamo fuori e ci vedono / ci sono momenti in cui cresciamo dentro e solo / noi vediamo e siamo più grandi di un palazzo…”

Il verso già citato: “ci metti troppi percorsi dentro”, inoltre, fa pensare proprio ad una riflessione che, in questo contesto, accompagna l’autrice sulla scrittura. Fino a questo libro, infatti, la sua è sempre una poetica discreta e sommessa, sobria e vicina alla realtà come questa. Ma ora lei si interroga se nel passato sia stata comunque troppo complessa, per un pensiero che seguiva tutti i suoi possibili snodi contemporaneamente, mentre ora si fa un ulteriore ordine, si osservano dettagli, piccole sfumature di ciò che ci circonda, di ciò che sta dentro di noi. Ogni poesia ha una sua particolare prospettiva e forma, e tutte compongono un discorso compatto e sfaccettato insieme. La poesia nasce per Vera dall’osservazione di un mondo minore, così come il modernismo brasiliano, di cui lei è un’appassionata studiosa, prescrive. Mi viene in mente il poeta Carlos Drummond de Andrade che Vera illustrò una volta al Merendacolo, a Perugia, e la sua originale poetica.

Nel passato si colloca il ricordo del padre che non c’è più, quello della madre, che è anche il presente, il filo fra la sua terra lontana e lei, un cordone ombelicale a cui si chiede sempre una presenza protettiva, e quello delle vecchie case abitate in confronto alla nuova: “Mio padre ci comprava i botti / ma io avevo paura / che scoppiassero e dal dolore / piangessero e poi di notte / venissero a dirci perché mi avete / da dentro spento il cuore?”

Nei confronti del padre, come sempre, compare una nostalgia pungente, un dolore soave, forse per non aver potuto comprendere fino in fondo il suo tormento, perché è venuto a mancare quando lei era molto giovane.

Ma la pena, qui come in molti altri testi, è stemperata da un’atmosfera un po’ onirica, disegnando lo sguardo della bambina che non sa gioire completamente dei botti, perché le fanno un po’ paura.

“C’è posto per i morti essi possono entrare ma debbono / stare in silenzio come si conviene / ai morti se no cominciano a lamentarsi / e non ho il cuore per tanto dolore / poi a loro le parole come fanno / a uscire da bocche da tanto tempo chiuse?”

Ecco un altro esempio di sguardo dal basso, dello stupore del sogno, che mi fa spesso pensare alla poesia di Fernando Pessoa, che Vera conosce profondamente e certamente è uno dei suoi autori preferiti.

Alla madre dice: ”La voce della mamma è un lungo filo / che attraversa l’oceano / io ci abito sempre che il telefono suoni/ mamma mi fai entrare un po’ di nuovo / in quel cordone?”; “La mia mamma mi cullava quando ridiventavo bambina / lei sapeva che ero adulta ma stava al gioco / io sapevo che lei sapeva e pensavo / dove mai potrò trovare una mamma / così burlona? Qui compare un ironia lieve che riesce a smorzare possibili toni retorici, che allontana qualsiasi banalizzazione di questo sentimento profondo, del legame con le proprie radici, della nostalgia dei propri luoghi.

Ancora con un tono di bambina si rivolge alla madre: “Per certi bordi cammino mamma / ma guardo bene non ti inquietare / so stare attenta e quasi scivolo/ ma poi ritrovo l’equilibrio / se non dovessi più farcela/ prometto che ti richiamo.”

In questo viaggio della mente Vera rivede le case che ha abitato: una era gialla e tutto dentro di essa era giallo, un’altra nera, ma lei rimaneva impigliata nella notte. Quella di adesso è bianca ed ha fuori un tappetino bianco, perché la casa sia linda per coloro che lei ama. La casa è una tana, un rifugio come per la chiocciola il suo guscio, ma è anche un piccolo tempio per i riti quotidiani che costruiscono gli affetti. Così nel rinverdire ricordi e fare progetti, magari di viaggi, partenze, ritorni, è arrivato un nuovo anno e “Il Natale è alle porte bisogna rifiorire…” per farsi trovare ancora pronti ad affrontarne l’inizio perché quello passato non si sa se sia durato un’infinità o solo un attimo.

A me questo libro è piaciuto molto e ho tentato di raccontarvelo un po’, non tutto per non togliervi il piacere della lettura; mi è piaciuto perché anche rispetto ai precedenti, che pure amo, ha una sonorità e un’essenzialità diverse. Le parole hanno tutte una forte necessità semantica, una propria emergenza, ma c’è una musicalità nuova che le fa anche scomparire dietro ai loro suoni che creano una melodia compatta e sottile. Mi viene in mente che in questo procedimento sia stata utile la lezione di Giuseppe Ungaretti, che Vera ha studiato da ragazza ed amato molto. È una versificazione che mi ricorda alcuni testi di Costantino Kavafis (almeno leggendo le traduzioni) pieni di sobrietà e di leggerezza, pieni di cose taciute dalle parole, ma espresse dalla musica.

Se è vero, come afferma recentemente Valerio Magrelli, che la poesia è l’arte di dire basta, di concludere e tagliare, e io sono d’accordo, altrimenti ci si parla addosso, ci si rifà il verso, allora questa di Vera è una grande poesia, perché sa scavare nelle cose e nell’interiorità, senza mai cadere nello scontato, con slancio sincero e tenero pudore.

Voglio concludere con la prima poesia che annuncia subito lo stile dimesso e per la circolarità del libro può fungere anche da conclusione, ricordando un po’ il tono della famosa poesia di Marino Moretti “Piove, è mercoledì, sono a Cesena…”: “Pare che piova fuori è il primo gennaio / pare che ci sia festa che scoppino i botti / io qui mi copro bene è freddo / ho costruito una cuccia tutta pronta / per le tempeste adesso nulla / più accadrà che non saprò risolvere / da sola.”

(Brunella Bruschi, presentazione Verrà l'anno, 09/02/2006, Università per Stranieri, Perugia,  http://www.faraeditore.it/html/recensioni/bruschi-deoliveira.html)

Antônio Lázaro de Almeida Prado

"Vera luz, Vera Lúcia..."

 Vera Lúcia de Oliveira trabalha as palavras poéticas, ciente de sua luz própria. Isso a libera de inflar palavras. Vera Lúcia sabe colher as palavras, pelo que elas próprias soam e significam, vale dizer, na sua exata e sóbria medida, mas, e por isso mesmo, nas suas propriedades enunciativas: rigor e encanto.

Com Verrà l'anno (Fara Editore, 2005, 78 p.) essa pastora de palavras soube agrupá-las de tal maneira, que obteve com elas o prêmio "Popoli in cammino 2005".

Sobriedade e leveza eis as trilhas, que percorre a voz poética de Vera Lúcia. Daí a maestria na construção de versos curtos e densos, tradutores de um dom e de um trabalho poético sem estridências de voz, sem recurso a hipérboles, válidos pelo alto poder de síntese e de discretíssima (mas eficiente) ternura.

Ela, por assim dizer, acaricia as palavras e os sentidos a elas acoplados, sem jamais adular a estes, nem a aquelas.

Poemas reduzidos a uma essência, como que miniaturizada, só os obtêm os poetas autênticos, que conjugam poucos elementos mobilizados e alta potencialidade simbólica. Discrição e delicadeza de toque: eis a poetisa Vera Lúcia, hábil pastora de palavras, porque conhece "desde dentro" a natural musicalidade dos sons e a justa transcrição de emoções e de conceitos.

O ano, que está por vir, vai escoar-se, como todos os anos. Para a chegada dele será preciso ter a casa (alma) preparada para abrigá-lo, com suas (dele) quotas de pura alegria, de sofridos silêncios e de... antecipada... saudade...

A voz enunciadora dos poemas aprecia, e prefere, o espaço discreto da casa, mas abre as janelas para o brilho autêntico do sol e, menos, para as luzes artificiais e bombásticas dos que produzem muito rumor, para mascarar o próprio (e íntimo) vazio...

Vera Lúcia de Oliveira já deu provas mais do que suficientes de eficaz tratamento das palavras, e isso, em dupla clave: a da língua de sua pátria (de nascimento) e a da sua pátria italiana (por adoção)... Se na primeira revela um timbre discreto e eficaz de um penumbrismo à Manuel Bandeira, na segunda não destoa da sobriedade enunciativa (exemplar) de um Ungaretti... O que não é dizer pouco.

Pergunto: quando é que Cândido Mota (onde nasceu Vera Lúcia) e Assis (onde se educou) saberão manifestar gratidão e apreço por essa voz poética tão brasileira e tão universal?... Tão luminosa e real, como sua incancelável aurora e seu próprio (e superior) brilho? E o Brasil, será que lhe faz justiça?

  

Assis, 5 de agosto de 2006 (data do aniversário de Vera Lúcia de Oliveira)

(Antônio Lázaro de Almeida Prado, "Vera luz, Vera Lúcia..", sezione Leituras Assisenses)

Giovanna Musolino 

"Verrà l'anno", dedicato a Grazia Pia Basile

Il libro della poetessa brasiliana Vera Lúcia de Oliveira, "Verrà l’anno", è dedicato a "Grazia Basile, amica cara, lettrice sensibile e attenta, poeta nella vita e nell’anima", a suggello di un lungo rapporto di amicizia nel segno della poesia. (…)

Un titolo, questo dell'ultima raccolta della de Oliveira, che a tutta prima potrebbe far pensare ad uno di quei libri profetici, proiettati verso orizzonti escatologici, portatori, come tutto ciò che si riferisce ad un futuro ignoto e lontano, di un sottile senso di inquietudine.

Ma basta leggere i primi testi e ci si rende subito conto che ci troviamo di fronte a un evento che ciascuno di noi ha sperimentato, l’inizio di un nuovo anno. Ma se è un poeta a vivere una determinata situazione e a farne oggetto di scrittura, come accade sempre in poesia, quella che dicesi “l’occasione spinta” (nel nostro caso la ricorrenza di un Capo d’anno) mette in moto tutta una serie di implicazioni che, complice anche il meccanismo della memoria, coinvolgono persone, ma anche animali, oggetti, ambienti che sono stati testimoni della vita di quel determinato autore, per cui finiscono per assumere un significato simbolico.

E proprio sulla soglia del libro troviamo il primo di questi oggetti-simbolo, la casa: "pare che piova fuori / è il primo di gennaio / pare che ci sia festa che scoppino i botti / io qui mi copro bene è freddo / ho costruito una cuccia tutta pronta / per le tempeste / adesso nulla / più accadrà che non so risolvere / da sola."

Si osservi come la realtà fenomenica, quella che comunemente viene ritenuta la più certa, sia citata sotto il segno del dubbio: "pare che piova", "pare che scoppino i botti", mentre una casa definita "cuccia", termine che suggerisce l'idea della fragilità, della provvisorietà, viene sentita come un baluardo contro le tempeste, come garanzia di vittorie che vedranno sola protagonista l'autrice.

Non è senza significato che in questo libro "casa" sia parola chiave, parola che infatti ricorre ben 12 volte. C’erano state una casa gialla, prima, e poi una casa nera, in cui non riuscivi a trovare l'entrata e neanche l’uscita, poi una casa sempre sporca, che doveva essere ripulita "non so da cosa". La casa ora è tutta bianca, compreso il tappetino davanti alla porta. "ora nella casa la notte / non fa più paura è la benvenuta / bentornata notte sorella / prima avevo timore di te ora / puoi riposarti nel mio letto / anch'io sono un po’ stanca".

Un luogo, la casa, dove guarire da tutte la ferite, dove si può godere di un sonno ristoratore: "anch'io ora / ho il segreto del sonno", "mi sveglio dentro ho la luce / all'interno delle vene ho tutte le luci / accese non so spengerle / la notte esse vanno a letto / insieme ai miei sogni".

Una casa piena di animali (passeri, ghiri gatti,cani, rondini): "nella mia casa abita un passero / che ho invitato a entrare: gli ho dato da mangiare / gli ho detto signor passero / quando vorrà potrà anche uscire / non è detto che debba sempre / rimanere qua dentro"; "poi aprirò il cortile ai gatti / con i gatti si può parlare / lì guardi e miagoli e loro / ti guardano e si chiedono / cosa mai mi vorrà dire / questo grosso gatto strano". Ma c'è posto anche per le piante: "se nella casa vorranno entrare le piante / c’è posto anche per loro / potranno crescere sugli angoli fino / alle finestre poi girare i loro rami / sopra le porte e fare della casa / una piccola foresta", "c’è posto per i morti essi / possono entrare ma debbono / stare in silenzio come si conviene / ai morti se no cominciano a lamentarsi / e non ho cuore per tanto dolore / poi a loro le parole come fanno / a uscire dalle bocche da tanto tempo / chiuse? ".

Il loro stesso ricordo e intriso di memorie dolorose, vedasi il componimento in cui l’autrice ricorda il padre: "il babbo era sempre in ansia / di notte di giorno viveva con / dentro un dolore io chiedevo / che dolore può mai essere? / non mi sapevo rispondere"; si spiega così perché la casa "non ha porte per i dolori / questi sono già dentro / i dolori che sono dentro / sono come animali / domestici se li lasci guaiscono / poi riprendono a guaire / se torni".

In un’opera che nasce sulla spinta di emozioni suscitate da un evento che come pochi altri rimanda alla dimensione temporale, non poteva non avere un posto importante il tempo: un tempo soggettivo, interiorizzato, elastico, che si sottrae all'implacabile rigidità di un calendario, di un orologio, tanto che basta "togliere dal polso l’orologio / per saltare qualche minuto / e poi ritrovarmi avanti e / pensare ma che era quel /pungolo da una parte del / cuore che per sè batteva / con la punta fuori del tempo?"

Un’altra strategia per esorcizzare il tempo è quella dl ridiventare bambina: "la mia mamma mi cullava quando ridiventavo bambina / lei sapeva che ero adulta ma stava al gìoco / io sapevo che lei sapeva e pensavo / dove mai potrò trovare una mamma così burlona?"

Ma il componimento che maggiormente denuncia il relativismo novecentesco è quello che riconduce all'evento principale della raccolta: "dopo che era passato l'anno / provava la spossatezza / diceva cosa avrò mai fatto / di così pesante sembra / abbia attraversato l'intero millennio anziché l’istante".

Questi versi mi richiamano quelli di un nostro grande poeta conterraneo, Lucio Piccolo: "e anch’esso il tempo, il tempo eguale non è; vedi come tutto / precipita e rallenta, si cela, / riemerge in grandi distese d’acqua rotonde in cui si guardano i giorni , / e se tanto fermarsi ancor meno / vedo, ancor più mi chiedo: e dove siamo? Nei raggi nell’ombre del vento? "

Un’altra caratteristica di questa poesia è il filo sottile che separa il sonno e la veglia, per cui non si sa dove finisca il sogno e cominci la realtà. Scrive la de Oliveira: "pensi di sognare / ma sei sveglia" e ancora "la differenza fra il mio e il tuo sonno / è che io dentro non entro / rimango sveglia ascolto il cuore / il sangue che scorre e mi parla / vado da tutte le parti e poi / torno con un bel carico".

Un libro fortemente unitario, quest’ultima prova della de Oliveira, indice di una raggiunta umanità umana e artistica; una poesia "sapienziale" la sua, in cui l’autrice, con fine ironia, alleggerendone gli aspetti più aspri, comunica ai suoi lettori quanto questa guerra guerreggiata che è la vita le ha insegnato. Per cui a lettura ultimata è proprio la leggerezza, frutto della saggezza di chi ha saputo attraversare la vita con intelligenza e sensibilità, assaporandola in tutti i suoi aspetti, accettandola con le sue gioie e gli inevitabili dolori, la cifra che più connota questa godibilissima poesia. E mi piace concludere leggendo il testo che mi pare il più emblematico della raccolta, soprattutto in forza di quell’ossimoro "luce / che acceca" che ne evidenzia il messaggio umano e poetico: "ti canto il mezzogiorno / che entra nelle pietre e le spacca / con gli anni e poi ti canto / le finestre aperte che riflettono / la luce ti canto la luce / che acceca e rovista / in tutte le direzioni / anche dove non vorrei".

(Giovanna Musolino, presentazione di Verrà l’anno nel corso dell’incontro in ricordo della 
prof.ssa Grazia Pia Basile tenutosi presso il Municipio di Messina il 14 ottobre 2006)

Alessio Brandolini

"Verrà l’anno"

Vera Lúcia de Oliveira è nata in Brasile nel 1958, la madre è figlia di immigrati italiani. L’esordio poetico risale al 1983, anno in cui in cui vince una borsa di studio e si trasferisce a Perugia, dove tutt’ora vive. È ricercatrice di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Lecce. Scrive (e traduce) sia in portoghese che in italiano. Tra i molti riconoscimenti il Premio di Poesia dell’Accademia Brasiliana di Lettere. È presente in antologie poetiche italiane e straniere. Ha pubblicato le raccolte di poesia: A porta range no fim do corredor (1983); Geografie d'ombra (1989); Pedaços / Pezzi (1992); Tempo de doer / Tempo di soffrire (1998); La guarigione (2000); Uccelli convulsi (2001); No coração da boca / Nel cuore della parola (2003); A chuva nos ruídos (2004). Ha pubblicato inoltre il saggio Poesia, mito e história no Modernismo brasileiro (2002). 

Verrà l’anno (2005) è il suo ultimo lavoro poetico, scritto direttamente in italiano. E’ una specie di denso poemetto, dove i testi – come quelli della precedente raccolta – si susseguono senza titolo, né punteggiatura, né maiuscole (restano solo i punti interrogativi). Nel cuore della parola (2003, Adriatica - traduzione di Guia Boni) contiene un saggio di Luciana Stegagno Picchio in cui la studiosa sottolinea il forte legame della poesia di Vera Lúcia de Oliveira al senso dell’udito (la sua grande capacità d’ascoltare le voci del mondo), all’oralità e alla tradizione popolare. Per questo i suoi testi sono liberi d’ogni eccesso di retorica, d’enfasi, di metafisica e puntano dritto al cuore, all’essenza delle cose, e della vita. Una poesia quotidiana, quindi, eppure che si spinge in avanti, si dirama e abbraccia l’universale. Così la voce del singolo diventa una voce collettiva, che può essere di ciascuno di noi, o di tutti insieme, una voce corale:

 

la mia storia non la racconto ma se vuoi invento

ho storie dentro di me che nascono e restano

a rimuginare ho un sacco di storie tanto

più le racconto più diventano vere

c’è gente che piange e chiede dove le vado a prendere

rispondo che stanno dentro ognuno di noi

 

Poesia tratta da Nel cuore della parola, raccolta tra l’altro arricchita da un acuto commento del grande poeta brasiliano Lêdo Ivo che di questi versi apprezza il “lirismo coagulato” che supera le tradizionali misure metriche “per imporre, in un’apparente decostruzione, una realtà che ferisce e inquieta”.

Il bilinguismo di Vera Lúcia de Oliveira, e potremmo anche aggiungere il biculturalismo, si traduce in un ampliamento degli strumenti per comprendere il mondo, per penetrare i segreti della vita dell’uomo, della sua anima e – soprattutto – del suo dolore, in capacità di accogliere le voci che ci stanno intorno senza rinchiudersi nel proprio io. La lingua semplice e parlata, quella di tutti i giorni che evita ogni parola difficile o aulica, è il filo con il quale il poeta tesse il “discorso comune”: la voce intensa e pacata che parla per ogni uomo, così com’era all’origine della poesia. Allora il trascorrere della vita e della storia si fa materia lirica, nutrimento di queste poesie che talvolta sembrano racconti in miniatura:

 

il bosco è una casa di occhi

li vedevo nascosti e mi vedevo

a guardarli rompersi dai gusci

e venire fuori a salutare il giorno

 

Se la grande tradizione della poesia in lingua portoghese è ovviamente presente in quella di Vera Lúcia de Oliveira – si pensi a Carlos Drummond de Andrade, a Murilo Mendes, al citato Lêdo Ivo di cui qui da noi la de Oliveira ha curato una stupenda antologia, o allo stesso Pessoa, in quel desiderio dell’autrice d’immedesimarsi in personaggi diversi, di riuscire dal di dentro ad esprimerne la passione, il dolore – come  non pensare all’Ungaretti che in pochi versi descrive tutto un mondo di passioni, alla sua misura, alla cura maniacale per ogni singola parola. Inoltre la lingua della poeta brasiliana (o brasilo-italiana?), il tono basso e insieme la tenacia nel resistere alla degradazione del linguaggio comune, così come le tante domande presenti in Verrà l’anno, fanno venire in mente il primo Palazzeschi (di “I cavalli bianchi” e “Lanterna”) e i poeti dialettali italiani del novecento, soprattutto Raffaello Baldini.

Il rapporto con il Brasile lontano è fortissimo, e struggente. Per questo la parola “casa”, è la più usata (sognavo una casa sulle spalle/ come una lumaca dicevo). Un alloggio sobrio e piccolo, perché bisogna essere sempre pronti a spostarsi, a fare e disfare le valigie, a portarsi dietro poche cose: quelle necessarie, indispensabili. Soprattutto il ricordo, e la presenza e l’amore degli altri. Normalmente la poesia si nutre di silenzio, qui è il contrario: la casa-poesia di Vera Lúcia de Oliveira è fitta di voci e rumori, e affollata di volti.

Verrà l’anno (come inedito ha vinto il premio “Popoli in cammino”) si compone di 59 brevi testi: è un piccolo libro che però contiene grandi cose. Dal taglio originale per via di quel surrealismo dimesso, fatto di versi quasi sussurrati, privi di toni retorici e declamatori. Dalle poesie di questo poemetto che si proietta verso il futuro – eppure legatissimo al passato e alla memoria – emerge un mondo fiabesco e altamente lirico, legato alla purezza, al candore, alle portentose visioni dell’infanzia:

 

c’era un vento leggero

lo sentivo sul tetto

sfregarsi alle tegole

strusciarsi pare

avesse preso gusto

ad annusarle

 

(Alessio Brandolini, ALMANACCO DEL RAMO D’ORO, anno III, numero 8, agosto 2006, pp.211-213
e "Fili d'aquilone" n.3, luglio/settembre 2006, http://www.filidaquilone.it/num003brandolini3.html)

Giovanni Ramella

"Sul libro Verrà l’anno, di Vera Lúcia de Oliveira"

L'imminenza dell'anno nuovo  è l'occasione più opportuna per parlare del libro Verrà l’anno (Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2006) di Vera Lúcia de Oliveira, vincitore del Premio Popoli in cammino come opera inedita, nel 2005. È un libretto preziosissimo, un vademecum quotidiano che tengo sempre sulla mia scrivania. È una poesia di straordinaria limpidezza e forza, nella sua semplicità, tutta incentrata sul tema della fugacità del tempo e sul motivo della casa come rifugio.

La casa è metafora dell'interiorità, il "dentro", parola chiave che ritorna quasi ossessivamente nel testo, nucleo tematico vero e proprio della raccolta ("dentro quel dentro", p.47; "dentro ho la luce", p.6; "dentro non entri"). Ora l'anno nuovo verrà, e come dice l’autrice, "L'anno nuovo è entrato, la porta non se n'è accorta" (p.67). Nel suo arroccarsi come dentro la fortezza del suo io ("con dentro il corpo le pareti per avvolgerlo", p.36) c'è una forte tensione all'interiorità, una ricerca di autenticità di vita opposta alla banalità del quotidiano, una volontà di non lasciarsi catturare dalle cose, dagli eventi, un desiderio sincero di accogliere le cose nell'orizzonte dell' io, che si allarga fino a far sua la notte ("notte sorella", francescanamente, p.26) e la foresta ("fare della casa una piccola foresta", p.39). Il mio non è che un modesto campionario delle perle preziose che ho trovato in questo libro e che ora mi appartengono come un dono gratuitamente ricevuto.

 

(Giovanni Ramella, comunicazione personale, 28 dicembre 2011) 

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(by Claudio Maccherani )