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Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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 Intervista 25

"Ero in un caldo paese"

Intervista a


Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)

di Giovanni Fierro

 

"Fare voci", Rivista di scrittura online
luglio-agosto 2020

  1. In questo libro la luce è protagonista assoluta. È forza che crea, accadimento che fa cambiare le prospettive. Da cosa nasce questa sua presenza così forte in queste pagine?

Ho sempre cercato la luce. I miei genitori, senza volerlo forse, hanno intuito la mia natura intrinseca, quando hanno scelto il mio nome (“Vera Lucia”, derivato dal latino e letteralmente “luce vera”).
Cerco una luce vera in ogni cosa, la fonte di luminosità di ognuno, che talvolta lampeggia anche nel dolore profondo, in quelle persone speciali e rare che trasformano tutto in dono.
Alcuni amici mi hanno rimproverata più volte per scegliere certe strade difficili da percorrere nella mia poesia, come la solitudine, la malattia, l’abbandono, la morte, ma ho sempre seguito una traccia sottile di luce che le persone emanano anche nei luoghi bui.

  1. Il libro ha anche un’altra sua specifica identità. È un fiorire continuo (di ogni tema che affronta…), dà sempre l’dea di essere nel momento preciso in cui ciò sta sbocciando. È forse questo un desiderio, una necessità, di documentare il momento in sé, il presente come istante irripetibile?

Cerco di fermare il tempo nel momento di genesi, quello appunto “irripetibile”, perché lì c’è un’energia e una luce potentissime. Ma mi interessa anche l’opposto, quando queste si spengono. Siamo forse, noi umani, gli unici a capire tali momenti o a desiderare di farlo.
Ieri ho visto, in macchina con mio marito, una rondine caduta forse nel primo fragile volo su una strada. L’abbiamo vista all’ultimo momento che si dibatteva ed era forse già stata investita da una macchina prima di noi.
Non ci si poteva fermare in quella strada, ma quella rondine l’ho portata dentro di me a casa, che si dibatteva lì sola, un pezzettino di carne che soffriva e forse non sapeva neanche cosa fosse il dolore prima. Ho pensato che era più triste la sua morte proprio perché lei non sapeva nominarla e capirla.

  1. Sì, la ‘luce’, ma anche ‘pane’ e ‘radice’…. Mi sembra che in questo scrivere ci sia il desiderio di ritornare alle cose necessarie, una volontà di eliminare il superfluo e mantenere l’essenza di ogni cosa. Non a caso in una poesia è citato Ungaretti… è così?

Cito Ungaretti ma anche Francesco d’Assisi e Sandro Penna, tutti poeti dell’essenza delle cose, essenza e sintesi che si trovano anche nei loro versi. Non è che non mi interessino le altre cose che ci circondano, non sono un’eremita e non mi piace l’isolamento.
Ho bisogno di sentire attorno a me l’umanità che si muove, indaffarata o meno, che lavora, studia, parla, cerca, protesta, piange… L’essenza che cerco è quella della vita, che ogni creatura ha in sé e che la fa muovere, emanare luce e calore, irradiare bellezza. Le creature emanano bellezza anche quando non lo sanno.
Sono attratta come ogni persona dal bello, non il bello simulato o falsificato, ma quello che bisogna sapere e voler vedere. Cerco il vero di ognuno, il momento in cui ognuno si guarda e si vede come è davvero.
Pure la solitudine è una dimensione che esploro, anche in mezzo agli altri, anche, ad esempio, in una strada affollata, perché la solitudine è uno spazio interiore abitato da voci e parole che siamo in grado di accogliere in noi.

  1. Il libro non si divide in capitoli, ma le poesie si susseguono pagina dopo pagina, quasi a mettere in scena un possibile continuo flusso di coscienza, come se ogni poesia prepari già quella successiva… come mai questa scelta?

È una caratteristica del mio modo di scrivere, sia in portoghese che in italiano. Non scrivo poesie isolate, elaboro lungamente un tema, qualcosa che mi sollecita, che mi turba.
Posso passare anche mesi senza scrive un unico verso e intanto “rimugino” dentro pensieri e immagini. E all’inizio non so ancora in quale lingua lo stia facendo. Solo ad un cerco punto mi diventa chiara la lingua in cui quelle riflessioni si sono incanalate.
Poi arriva un momento in cui le parole, i versi quasi saltano fuori dal flusso sanguigno sul foglio. E allora non mi fermo, scrivo di getto, una dopo l’altra. Non sempre mantengo l’ordine, quando organizzo quel materiale, ma molti testi sono pronti, elaborati a lungo dentro.
Il lavoro allora è di tagliare i testi superflui, anche se non è difficile farlo perché è come se la mia misura fosse più o meno 50 poesie per ogni libro. Visto il processo di composizione, quasi a forma di un unico poema, non uso titoli né maiuscole.

  1. In questo costruire una organicità che tiene assieme tutto il libro, tante sono le cose che si rompono e si spezzano (la crosta dei semi, la luce stessa, la pioggia…). Come a ricordare la nostra (e del mondo) fragilità e vulnerabilità?

Si, e a ricordare il mistero della nascita e della morte, in un susseguirsi continuo, senza che possiamo fermare il tempo umano. E parlo del tempo umano perché noi siamo consapevoli del suo scorrere e questo passare ininterrotto arreca grande dolore a ognuno di noi.
Il suo passare ci porta verso la fine e non c’è persona che non soffra al tale pensiero, almeno se è pienamente in sé. I miti, la religione, la filosofia, la scienza e l’arte non hanno fatto altro che cercare una spiegazione a tutto ciò, un senso a questo passare fugace verso il nulla, senza poter accettare che si vada proprio verso il nulla.
Alla fine, però, nessuno ha certezze e decidiamo di credere a una trascendenza se questo è per noi fondamentale, oppure di non credere a niente, se questo non ci annienta.

  1. La dimensione plurale che si sviluppa nella sua scrittura poetica sembra trovare conferma nella sua adesione alla Compagnia delle Poete. Che valore specifico ha per la sua personale relazione con la letteratura questa esperienza?

Non avrei mai pensato di farne parte. Chi ha creato la Compagnia delle Poete è Mia Lecomte, scrittrice e studiosa di grande valore, che nel tempo è diventata una cara amica. Ma quando lei mi ha invitato a farne parte, la mia risposta negativa fu tassativa: mai e poi mai avrei prestato la mia voce, il mio corpo in scena alle poesie che scrivo. Ho sempre pensato che le poesie sono di chi le legge. Mia con molta diplomazia mi ha solo suggerito di vedere le prove di uno spettacolo che le amiche della Compagnia stavano allestendo, nella condivisione di parole, esperienze, vite. Così sono andata a vedere e siamo state insieme per tutto un fine settimana, in cui vedevo quelle compagne con le mie stesse perplessità e paure, che si facevano coraggio a vicenda ed erano belle e forti. Così sono finita dentro anche io, ma ogni volta che facciamo uno spettacolo mi dico che sarà l’ultima volta e poi, dopo un po’ di tempo, mi ritorna la voglia di scambiare con loro e con il pubblico qualcosa di noi. E mi sono resa anche più consapevole di quanto siano narrativi i miei testi lirici.

  1. Un’altra cosa che mi è molto piaciuta è il modo in cui viene trattata ed affrontata la morte. In modo molto umano, lontano dal farla essere qualcosa di cui avere paura. E anche il dolore, quando c’è, è un dolore adulto, maturo e consapevole. Che addirittura diventa un qualcosa di propositivo, e non semplicemente un qualcosa da cui scappare via… è una lettura adeguata?

Mi fa piacere che si noti questo nel libro, ma non l’ho cercato. È l’amore che ci riporta alla memoria i momenti vissuti e che attenua e, talvolta, lenisce il dolore.
Devo dire che il dolore vivo e acuto, non so scriverlo e penso che neanche sia giusto farlo, che bisogna rispettare il suo esperire nostro o altrui, senza cercare scappatoie quando ci capita. La sofferenza non è poetica, non è poesia, ma rielaborare questa esperienza per darle un senso può diventare parola poetica, e ritengo che la poesia, per la sua capacità di scavare visceralmente l’animo umano, sia il linguaggio più addato per farlo.
Noto spesso che molti cercano di ingannarsi, di negare o di fuggire ad ogni costo dai momenti difficili, e pure di negare il dolore degli altri. Io non lo faccio, cerco un senso in tutto, raccolgo questi momenti che si incidono nel tempo e negli spazi e penso che non scompaiano mai del tutto.
Poi mi allontano, medito, porto con me quelle ferite nel corpo e nell’anima, affino l’orecchio per cogliere le parole, ascolto il vento che porta via quelle voci…

  1.  Il libro è narrato in prima persona. Ma ci sono anche dei ‘lui’ e delle ‘lei’ che prendono vita e che portano avanti il raccontare. Chi sono?

Sono le voci che ascolto, persone che accolgo. Sono sempre attenta alle molte voci attorno a me. Le persone spesso dicono cose di grande intensità e bellezza e neppure se ne accorgono.
Per “belle” non intendo solo in senso estetico. Sono belle perché profonde, vissute, stillate lentamente da dentro. Succede anche che esprimano un nucleo aggrovigliato e informe di senso e sia necessario districarlo e ordinarlo in qualche modo.
Sento che in me vivono tante persone, quelle che non sono e che potrei o vorrei essere. E vivono pure gli animali, e le piante, le pietre, i granelli di terra, l’aria, il vento… E talvolta tutti questi esseri litigano e mi espellono da casa.
Ma essere fuori casa, fuori dal centro della mia identità, è anch’essa una esperienza arricchente.

  1. Penso poi che il collante di tutte queste poesie, di questo scrivere, sia quello di guardare e scoprire cosa c’è nella parte più piccola di ogni cosa, di ogni persona, di ogni avvenimento, di ogni paesaggio. Può essere così?

È così, come ho detto prima. Tutto per me è miracoloso perché unico, anche una foglia, un fiore, una goccia di pioggia, la luce di ieri e quella di oggi. Trovo molto triste che non si possa strappare dal flusso del tempo ogni prezioso momento vissuto, ogni parola detta, ogni gesto che non si ripeterà mai più, e la tenerezza, le mani che si sfiorano e consolano, lo sguardo di mia mamma quando l’ho vista l’ultima volta e lei mi ha salutato come se non fosse l’ultima.
Trovo così triste questo “spreco” di energia viscerale che penso che, dall’inizio, con le parole, non ho fatto altro che cercare di rubare al tempo e al nulla cose, animali e persone.

Giovanni Fierro, Fare voci, luglio-agosto 2020
https://farevoci.beniculturali.it/luglio-agosto-2020/

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(by Claudio Maccherani )