Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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Vera, foto Claudio Maccherani, 2005

Intervista 08
Passando il confine
uno sguardo tra la poesia portoghese e la poesia brasiliana

Intervista a
Vera Lúcia de Oliveira
(Maccherani)
di Anna Maria Farabbi
2005

 

pubblicata nella rivista "il gabellino"
dossier 12, anno VII. numero 11, giugno 2005

e

pubblicata online su Ippocrene nel 2007

 

"Asa morena" - Zizi Possi

 

Da più di quindici anni non collaboro ad una rivista. Fu una scelta di rigore, concentrazione: decisi un passo indietro per ritirarmi in una terra estrema di lavoro. Privilegiando l'ascolto. Questa mia finestra, oggi, è un atto politico. Consacra l'ascolto dell'alterità. Del farsi ponte per costruire, sostenere, porre in luce una possibilità di passaggio, di incontro.

Voglio che lo straniero entri nella nostra casa e si presenti da solo, con il suo dirsi, con il suo lavoro tra i palmi.

Sia chiaro: io qui non ci sono.

Anna Maria Farabbi

  1. Nel 1983, dal Brasile sei arrivata in Italia con una borsa di studio del Ministero degli Esteri. Avevi appena pubblicato un libro di poesie nel tuo paese. Qui, ti sei sposata e hai scelto di continuare il tuo amore nella scrittura, oltre che scrivendo e pubblicando poesia, lavorando come ricercatrice alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Lecce, insegnando Lingua e Letterature portoghese e brasiliana e Storia della cultura brasiliana. E quindi rimani, in un certo qual modo, portatrice della tua origine culturale e linguistica. Residente a Perugia, lavori a Lecce, nella spola tra due lontanissimi continenti. Che cosa significa per te la responsabilità didattica, linguistica ed espressiva, del portare la tua origine? E come la vivi in questo enorme triangolo spaziale e culturale: Perugia Lecce San Paolo?

Per me insegnare e fare ricerca significa moltissimo. La mia passione è sicuramente la poesia, ma insegnando non mi allontano da questo primo amore. Mi piace dunque insegnare, lo faccio con entusiasmo e credo che gli studenti se ne accorgano. Poi è bello parlare della mia lingua, paragonarla a quella italiana e alle altre lingue latine, in una Facoltà dove ci sono studenti che arrivano con un bagaglio culturale formato da diverse idiomi. Alcuni sono dei veri poliglotti. Quindi si impara molto da questo lavoro.

Molti di loro hanno inizialmente idee stereotipate sul Portogallo e sul Brasile, diffuse in modo superficiale dai mezzi di comunicazione di massa. Io parto da questi luoghi comuni e comincio a smontarli, a corroderli, in modo che siano gli stessi studenti a percepire quello che c’è dietro alle immagini contraffatte da ideologie di vario genere. E questo nei vari settori, dalla musica alla letteratura, dalla storia alla politica C’è un grande interesse verso la lingua portoghese in questo momento nel mondo, non solo perché è una delle lingue più diffuse, parlata nei vari continenti da più 200 milioni di persone, ma anche perché è una lingua di culture e letterature diversissime fra di loro, come quelle portoghese, brasiliana, mozambicana, angolana, capoverdiana e altre ancora. Tutto questo interessa molto agli studenti, che vedono nell’area lusitana vivacità culturale, artistica, sociale, politica, economica. A Lecce ho circa 200 studenti che seguono i corsi di lingua portoghese e letterature portoghese e brasiliana. Quest’anno ho organizzato un seminario dedicato alla cultura brasiliana che è stato un grande successo, con l’aula magna sempre strapiena di studenti.

Poi mi piace anche il Salento, una regione molto bella e anch’essa vivace, sotto tutti i punti di vista. Lì c’è una grande curiosità, una fame di cose nuove, un desiderio di conoscenza che non trovo a Perugia, per esempio, dove le persone sembrano un po’ assuefatte alle cose. Se si propone una conferenza, un concerto, un recital a Lecce, stai sicura che avrai sempre un pubblico interessato e attento. Invece, è capitato a Perugia che molte volte ho assistito a commuoventi recital di grandi poeti fatti di fronte a una decina di persone appena. Non so perché ciò avvenga. Forse i leccesi, più isolati, valorizzano di più le opportunità che hanno di arricchimento culturale.

Vivo in questo triangolo, come dici, sono nomade da quando sono nata. Da bambina, mio padre si spostava con tutta la famiglia per lavoro da una città all’altra nella regione di São Paulo. Ogni mio fratello è nato in una città diversa. Mi ricordo di queste varie case provvisorie e credo che questo senso di precarietà mi sia rimasto dentro. Non mi piace accumulare cose, ho la sensazione di diventare pesante, di non poter più camminare. Bisogna essere come la lumaca che si costruisce una casa alla sua misura, né troppo piccola, né troppo grande, perché lei la deve trasportare sempre con sé.

  1. Nostalgia, necessità di appartenenza, esilio o effettivo senso di estraneità. Queste dinamiche inquiete agiscono tutte sotto l’incombenza di un sentimento di sradicamento, di una violenza costretta e procurano disagio ma anche lucidità di lettura. Te ne senti contaminata? Come li elabori, anche concretamente nel tuo quotidiano?

Non vedo violenza nel cambiamento, almeno non nel mio, non generalizzo. Le rondini migrano per sopravvivere e mi sono sempre identificata un po’ con questi animaletti. In una poesia ho scritto: “ammalarsi è sognare l’utero”. E molte volte io sogno l’utero perché mi ammalo non di nostalgia, ma di saudade, che è diverso. La saudade è un ritorno al passato, un recupero della memoria che si proietta sempre nel futuro, una nostalgia non della felicità avuta e perduta, ma una nostalgia di essere felici ancora, anzi una speranza di esserlo. Nonostante il tema del dolore sia sempre presente nella mia poesia, come ogni essere umano, cerco la gioia, la luce. Se ritorno spesso al dolore come tematica viscerale ed esistenziale, è solo perché non lo capisco né lo posso sopportare. Non posso accettare il dolore attorno a me; ovunque c’è gente infelice e questo non mi lascia vivere tranquilla. Come potrei, se l’empatia è un mio modo di entrare in contatto con il mondo?

Quanto al senso di estraneità, se prima era un disagio, nel senso che mi sentivo straniera ovunque, sia in Italia, sia nel mio paese, dove non vivo più da diversi anni, sebbene ci ritorni sempre, oggi ho imparato a utilizzare questo sentimento in poesia. L’estraneamento nasce dal non riconoscere le cose e le persone, dal sentirsi alieno o dal percepire il mondo come alieno. Ebbene, in poesia, questo è un sentimento ricorrente. La sua essenza è l’epifania delle cose, il vederle nascere dinnanzi a noi, sgorgare sempre nuove, sempre come se fosse la prima volta. Così vivo, ad esempio, il bilinguismo, che mi permette di “deautomatizzare” le parole, le espressioni e riscoprirle nuovamente. Andare da una lingua all’altra, da una realtà all’altra è un arricchimento. Non è una cosa facile, sicuramente, ed è anche rischioso questo continuo nomadismo, ma mi porta lucidità, come tu dici. Lucidità nel vedere dentro e fuori di me.

  1. Lo stare in continua mobilità spaziale e culturale procura interiormente una capacità di distanza esistenziale, una misura ironica e autoironica relativizzante tra il sé e il mondo? Il bilinguismo è in fondo per te vivere la contemporaneità e, nello stesso tempo, il distacco da tutto?

Come ho detto prima, la mobilità aiuta a percepire meglio la realtà, perché impari a paragonarla ad altre, a relativizzare le cose. Se cominci a vedere tutto da questa prospettiva, percepisci che i valori fondanti sono altri. Succede spesso con i miei studenti che partono per l’Erasmus. Quando tornano sono diversi e me lo dicono. Una volta uno studente mi ha detto che era tornato differente da quando era partito, che vedeva molte più cose ora, ma che le persone non si accorgevano di quanto era cambiato. E lui soffriva per questo. Gli ho solo detto che conoscere non è facile, la conoscenza è scomoda, perché crea un distacco, talvolta anche ironico o autoironico fra te e la realtà.

Quanto al bilinguismo, non divide, ma unisce le parti della mia anima. Ogni lingua si è trovata il suo spazio e ci sono cose che mi piace dire in portoghese, altre in italiano. Il bilinguismo mi permette di abitare tutta la mia persona, utilizzando strumenti diversi. Per esempio, talvolta sogno in portoghese cose che erano rimaste nascoste dentro. Sogno in portoghese, perché l’italiano non mi avrebbe aperto quella porta. Altre volte succede l’esatto contrario. Così uso le lingue come chiavi di accesso all’anima.

  1. Esiste nella tua interiorità e nella tua poesia un vuoto palpitante da cui si genera dolore, amarezza, slacciamento? Vuoto cantante, che si canta, come un’assenza da chi o cosa?

Un vuoto o un pieno, non so ancora definirlo. Come ho detto precedentemente, ho un sogno dell’utero, del momento di massima epifania, del momento in cui l’essere si concepisce e si automodella. Allo stesso tempo, è il momento di completa armonia, di assenza di dolore cosciente. Penso che questa nostalgia abiti sempre dentro di noi. Per questo ho scritto quel verso citato sopra, vedendo la malattia come desiderio di tornare indietro, al momento che precede la nascita. La nascita è la conoscenza del dolore, che non ci abbandona mai. Ogni momento di crescita da allora è anche crisi, rottura, rinascita. E tutto questo non si verifica senza sofferenza. Anche la coscienza e la conoscenza fanno parte di questo percorso. Da qui, da questo nodo che è la vita, mi sgorga la poesia. Non so come né perché, ma è nata con me, l’avevo nell’anima da sempre. E mi visita ogni tanto, come un’ospite scalpitante, raramente si ferma a lungo. Ha sempre fretta di andare via.

  1. Entriamo nella letteratura Brasiliana. Hai collaborato alla realizzazione dell’ottima antologia di poesia straniera Portoghese e Brasiliana de La Biblioteca di Repubblica. Testo utilissimo per usufruire di una mappatura ampia che espone anche autori e autrici contemporanee.  Di questo immenso paesaggio di nomi e opere quali indicheresti come essenziali per cominciare un viaggio assolutamente particolare?

Questo è un mondo vastissimo. La stessa antologia riunisce, per questioni editoriali e di spazio, due universi totalmente distinti. Una cosa è la poesia portoghese, che riflette un modo di essere, di pensare, un’altra cosa è la poesia brasiliana, specchio anch’essa di un universo totalmente differente. Le letterature di lingua portoghese sono poco conosciute in Italia, il che è un peccato. I miei studenti si appassionano a questo universo e mi dicono: come ho fatto fino ad oggi a vivere senza conoscere Manuel Bandeira, Fernando Pessoa, Guimarães Rosa, Sophia de Mello Breyner, Florbela Espanca, Cesário verde, Carlos Drummond de Andrade? E lo dicono con sincerità, ne sono certa.

Per avvicinarsi a questo mondo della lusofonia, io inizierei con le Cantigas Galego-portoghese del tredicesimo secolo. Sono i primi testi lirici della letteratura portoghese e ci aiutano a comprendere molto dell’anima lusitana. Nascono allora sentimenti e termini che poi identificano un popolo. Non mi fermerei sicuramente a questo periodo. Andrei alla prosa di un Fernão Lopes, nel Quattrocento, e poi, nel Cinquecento, a un infelice e grandissimo poeta come Camōes, a un Bernandim Ribeiro, così sensibile alla psicologia femminile, a un lirico come Sá de Miranda. E poi, via, attraverso tanti grandi poeti, fino al Novecento, fino alla molteplicità solitaria di Fernando Pessoa e fino a Mário de Sá-Carneiro e il suo salto generoso nel mistero della poesia che lo portò al suicidio. Il Portogallo è un paese di poeti, e non è un caso che i portoghesi amino la poesia in modo viscerale.

Dei brasiliani, partirei dal Seicento, da un ironico e pungente Gregório de Mattos e Guerra e poi, nel Settecento, dai poeti arcadi, divisi fra due mondi, fra la madrepatria nella quale si erano formati, avevano studiato, e il paese che avevano nel cuore, il Brasile, dove erano nati e cresciuti. Passerei poi al Romanticismo, soprattutto a Gonçalves Dias, uno dei più grandi di ogni tempo, a Castro Alves, a Álvares de Azevedo. Omettendo tanti e tanti altri, arriverei alle mie grandi passioni del Novecento, Manuel Bandeira, Carlos Drummond de Andrade, João Cabral de Neto Neto, Lêdo Ivo, Ferreira Gullar, Carlos Nejar. E  non parlo delle generazioni successive o dei giovani poeti. Ho anche tradotto tanti di questi autori in italiano e mi piace stabilire così un ponte triangolare, o quadrangolare, fra Italia, Portogallo, Brasile e paesi africani di lingua portoghese.

  1. La letteratura brasiliana e portoghese ha un’identità definibile, con ingredienti caratteristici ed essenziali?

Sono completamente distinte, nonostante siano due letterature che si esprimono nella stessa lingua. Ma è poi vero che sia la stessa lingua? Sono due varianti, con le proprie specificità, dello stesso idioma. La letteratura portoghese è intimista, gli scrittori di questo paese sono particolarmente portati allo scavo interiore, allo svisceramento, talvolta radicale, che ha conseguenze drammatiche. Non è un  caso che molti dei poeti portoghesi siano morti suicidi. Il viaggio è verticale. Come si spiegherebbe altrimenti un poeta come Fernando Pessoa che aveva sempre paura di impazzire perché si è moltiplicato, ha allargato la capacità di percezione di un individuo e di un poeta fino a perdersi quasi in questo gioco pericoloso e vitale?

D’altra parte, la letteratura brasiliana nasce come ricerca di identità di un paese che si stava formando. Nasce con il desiderio di conoscenza di una terra, di un popolo. È più sociale che psicologica, è legata alla geografia e alla storia, è concreta e quotidiana. È femminile e barocca allo stesso tempo, materna e tellurica, perché i brasiliani hanno bisogno di sentire la propria terra come paese, patria. Essendo arrivati da tanti luoghi, da continenti diversi, per loro è essenziale il senso di identità e di cultura condivisa.

Queste due letterature non sono però compartimenti stagni. La stessa lingua permette un intercambio proficuo, interpenetrazioni, cortocircuiti, mutazione e genesi di nuovi filoni in cui tutto si mescola.

  1. La scrittura femminile, sia per la letteratura brasiliana che portoghese, è stata sacrificata rispetto a quella maschile? Ha subito problematiche di pubblicazione, di esposizione, di diffusione? E attualmente?

C’è un movimento di valorizzazione della scrittura femminile, ma molto meno forte che in Italia. Non penso che ci si preoccupi molto, e neanche io lo faccio, di letteratura maschile o femminile. Ci sono grandi scrittori che hanno scritto così al femminile da essere stupefacenti nella loro capacità di introspezione della psicologia della donna. E lo stesso si può dire per le donne, nei confronti degli uomini, sebbene in tutto l’occidente le donne siano arrivate più tardi alla letteratura.

Conta però, in questa interpenetrazione di psicologie e ruoli fra uomini e donne, la disponibilità e il reale desiderio di conoscenza e dialogo con l’altro. È chiaro che una donna ha problematiche e sensibilità diverse e questo si riflette nella sua opera, nella sua arte. Ma non sono mai andata a cercare questa “diversità”, non l’ho mai coltivata, essa è intrinseca, è un dato di fatto.

La questione, inoltre, per me, non è se una donna in Brasile può scrivere o pubblicare. La questione è, in molte regioni e in molti contesti, se può vivere, se può crescere senza violenza, se può andare a scuola, se può educare i figli con dignità. Sono realtà drammatiche in molti casi e questo, si, mi interessa. E mi coinvolge vedere come molte donne riescono in situazioni difficili a mantenere la propria umanità a dispetto di tutto. Il rapporto fra donne in questi contesti è molto forte e solidale.

  1. Quanto è diffusa in Italia? E quanto la nostra cultura lo è nel tuo Paese di origine? Puoi evidenziare qualche nome?

L’Italia è molto presente in Brasile, perché c’è stata una fortissima immigrazione dalla fine del XIX secolo fino agli anni sessanta del XX secolo verso questo paese. E ancora oggi, molti giovani italiani scelgono di andare a vivere e lavorare in Brasile. Ci sono intere regioni formate da discendenti di quegli italiani - São Paulo, Paraná, Santa Catarina, Rio Grande do Sul - partiti con la promessa di trovare in Brasile un pezzetto di terra da coltivare. E sono riusciti, con tanto lavoro, a costruire una nuova vita, si sono integrati, fanno parte dell’identità multiculturale del Brasile odierno. Questi nipoti e pronipoti oggi cercano di recuperare rapporti perduti nel tempo, apprendono la lingua italiana, vengono a conoscere il paese dei nonni e bisnonni.

Ma oltre a tale fatto congiunturale, l’Italia interessa ai brasiliani per la sua cultura, la sua lingua, la sua letteratura, l’arte, le bellezze naturali. L’Italia è un vero mito in Brasile, un mito colto. Un viaggio in Italia è sempre pensato come un viaggio di arricchimento culturale e la lingua italiana è coltivata dagli intellettuali ed è molto presente.

Gli autori più conosciuti sono i classici di ogni periodo, a cominciare da Dante, Petrarca, Bocaccio, Leopardi. C’è tuttavia molta curiosità per poeti e scrittori del Novecento, come Eugenio Montale, Umberto Saba, Edoardo Sanguinetti, Piei Paolo Pasolini. Anche i crepuscolari hanno influenzato gli scrittori brasiliani, soprattutto Sergio Corazzini così amato da Manuel Bandeira. E Giovanni Pascoli e naturalmente Luigi Pirandello e Italo Svevo, Primo Levi, Italo Calvino. Non dimentichiamo poi il rapporto con Ungaretti, che ha vissuto e insegnato in Brasile, ha conosciuto e tradotto in italiano alcuni dei maggiori scrittori brasiliani del XX secolo. Ultimamente si sta pubblicando molta letteratura italiana e uno degli scrittori più noti è Antonio Tabucchi. Si pubblica più prosa che poesia e questa è una tendenza generalizzata nelle varie letterature.

  1. Entriamo nella lingua. Puoi raccontarci la caratterialità del portoghese e le sue possibili coniugazione con la lingua italiana? La sensualità fonetica, la fluidità del suono che rimanda costantemente ad un piacere orale comunicativo, tanto da gemmare in canzone (l’ultima grande generazione di poeti cantautori come Vinicius de Moraes). C’è qui in Italia una corrispondenza simile, secondo te? Mi riferisco anche alla canzone d’autore.

L’italiano e il portoghese hanno la stessa matrice latina, ma proprio questo può trarre in inganno. Lo stesso avviene con lo spagnolo, apparentemente lingua sorella, ma diversissima nella sua essenza. Lo si può constatare quando si traduce poesia. I “falsi amici” sono sempre in agguato. Rispetto all’italiano, il portoghese è lingua nazionale in Portogallo e in Brasile, parlato da nord a sud, nei vari registri. Non esiste in questi paesi il fenomeno della diglossia, come in Italia, che è presente invece nei paesi africani di lingua portoghese.

In un’intervista recente mi hanno chiesto perché scrivo in portoghese e perché scrivo in italiano. In portoghese perché è la mia lingua materna, quella con la quale ho cominciato a pensare e a sentire le cose del mondo. Mi piace aver imparato a nominare il mondo in portoghese, poiché è una lingua dove c’è molto spazio per un rapporto affettivo con le cose, con la realtà, con le persone. Persino i verbi vengono usati al diminutivo: amarzinho, quererzinho, dormindinho. L’italiano è più austero, più aulico. Ma l’italiano ha quest’aura poetica che lo avvolge e mi piace che sia l’altra lingua della mia interiorità. Le due lingue convivono e ci sono cose, come ho detto, che posso dire solo in portoghese, altre che posso dire solo in italiano. Ci sono parole, espressioni, assolutamente intraducibili da una lingua all’altra. Il rapporto con le lingue è comunque molto complesso. L’anno  scorso ho scritto due libri, dopo un lungo periodo senza nessun verso. A gennaio ho scritto in italiano la raccolta Verrà l’anno, e a maggio No coração da boca, in portoghese. Dovrei riflettere sul perché abbia scritto la prima in italiano ma so di aver scritto la seconda in portoghese perché queste voci le avevo sentite in questa lingua.

  1. I tuoi ritorni in Brasile, dall’83 ad oggi, segnano per te dolore o gioia? Come sono cambiate le condizioni socio culturali di San Paolo?

I miei ritorni segnano dolore ma segnano anche gioia. Ritorno tutti gli anni e attendo con ansia questo momento. Eppure, come ho detto, mi sento straniera anche lì, come ovunque, parafrasando Fernando Pessoa. Amo il mio paese d’origine in maniera profonda, con la rabbia molte volte di chi vorrebbe cambiare ciò che non va, ciò che è ingiusto. Le condizioni socio-culturali di São Paulo, la mia regione, non sono le peggiori del Brasile. São Paulo è lo stato più ricco, il più industrializzato e sviluppato del paese. Non mancano però, anche lì, le evidenze di una distribuzione di ricchezze fra le più ingiuste di questo mondo. Mi sono formata in questo contesto ed è evidente che questo mi abbia segnato. Ho cominciato a scrivere proprio per capire quella che era la mia realtà. Città linde e belle circondate da quartieri poverissimi, popolati in parte da ex-piccoli contadini che hanno perduto la loro terra, spesso scacciati dai grandi latifondisti. Chi ha un minimo di sensibilità non riesce a rimanere indifferente a questa realtà tanto drammatica. Abitavo anch'io in un quartiere di periferia, zona intermedia fra la città ricca e la città povera, e sono cresciuta a contatto diretto con questi problemi. Vedevo attorno a me uomini in condizioni di povertà assoluta che lottavano ostinatamente per sopravvivere, uomini che a trent'anni erano vecchi.

Da bambina credevo che tutto il mondo fosse suddiviso in quartieri ricchi ed in quartieri poveri, e immaginavo che se uno avesse continuato a camminare, dal centro verso la periferia, avrebbe trovato sempre più miseria e dolore, all'infinito.

E volevo capire il perché di tutto questo. Lo domandavo ai miei genitori, ai miei professori. Così ho cominciato a scrivere. Lo scrivere aiutava a capire la realtà, ad analizzarla. E volevo parlare di quel mondo, raccontare le storie che conoscevo, volevo raccontare della gente che mi sembrava forte e bella nonostante l'incredibile indigenza nella quale viveva. Prima scrivevo brevi racconti, oppure scrivevo e basta: domande e risposte, per me stessa, per capire. La poesia invece mi ha dato la possibilità di esprimermi con la massima concentrazione e la massima incisività. E volevo incidere sulla mia realtà. Anche se più tardi ho scoperto che la poesia ha possibilità minime di incidere sul mondo.

  1. Torneresti ad abitare lì e perché?

Si, senza dubbio. Il Brasile è un paese stupefacente, dove puoi trovare e vedere di tutto, dalle brutture di certe periferie disumanizzate di Rio o di São Paulo a città e quartieri talmente belli che non sembrano veri, come Ouro Preto, Mariana, Sabará,  Salvador, la stesso Rio de Janeiro. E non parlo solo del fisico, del geografico, parlo anche dell’umano, del sociale.

La gente brasiliana è una gente “sofferta”, che ha una gran voglia di felicità. Chi ascolta il samba per la prima volta, pensa sempre ad una musica molto gioiosa, con un ritmo avvolgente che sembra invitare alla spensieratezza. Eppure, basta analizzare i testi di questa musica per vedere che il samba è una filosofia di vita, una musica che serve ad esprimere ogni tipo di stato d’animo, ogni gradazione di sentimento che va dalla rabbia al dolore, dalla gioia alla speranza e all’utopia. Il samba non è affatto una musica leggera e così è la cultura brasiliana nella sua essenza. I grandi problemi vengono espressi soprattutto attraverso la musica, la danza. La musica esorcizza il dolore, ma la musica serve per riflettere, per approfondire gli argomenti, i problemi. Per questo non esiste separazione fra poesia, letteratura e musica. Grandi cantautori sono bravi scrittori, come Chico Buarque e Caetano Veloso, e ottimi poeti sono grandi cantautori, come Vinicius de Moraes. Fra le tante cose che mi mancano in Italia, c’è soprattutto questa magia della musica vissuta con il corpo e con l’anima ad eccezione di pochi grandi artisti, come Fabrizio De André.

  1. Puoi parlarci del tuo lavoro di traduttrice? In che modo la traduzione influisce nella tua scrittura poetica?

Io traduco solo ciò che avrei voluto scrivere, come affermava Manuel Bandeira. Cioè traduco poeti con i quali ho affinità. Non potrei tradurre mai un poeta totalmente diverso né un poeta che non amo e che non sento. Perché tradurre per me non è un lavoro, è una ricerca e una scoperta. È incredibile come la traduzione sia la più grande prova a cui può essere sottoposta una poesia. Se resiste alla traduzione, se respira anche nell’altra lingua, è una vera poesia, completa nella sua intima correlazione fra forma e significato. Ho visto molte poesie svuotarsi, sgonfiarsi come un palloncino, se appena provi a trasporle in un altro idioma. Questo avviene talvolta perché la forma ha la supremazia sul significato. E la forma non si traduce, si reinveta, si ricrea. Qui entra il traduttore con la sua sensibilità e anche la sua conoscenza delle due lingue. Bisogna cercare di provocare nel lettore di arrivo lo stesso stupore che il testo ha provocato nel lettore originale. Questo è il miracolo della traduzione, che realizza una cosa apparentemente impossibile.

  1. Il tuo ultimo libro, di cui riportiamo alcune poesie, ha un titolo profondo: No coração da boca. Puoi illuminarlo nel suo significato e spiegare come è diventato in Italiano Nel cuore della parola?

È un titolo intraducibile in italiano e per forza si è dovuto adattarlo. In portoghese è più immediato però, meno letterario. Comunque, Nel cuore della parola può essere una buona alternativa, perché in questo libro io parto dal presupposto che le parole abbiamo un cuore, che le voci abbiano un’anima. Ho raccolto queste voci che avevano urgenza di arrivare a me e ad altri, voci che avevo sentito nel tempo e che mi erano rimaste impresse. Di tante persone, mi erano rimaste le voci, ma lì c’era un vissuto, talvolta una solitudine, un dolore che il tempo non cancella.

  1. C’è in questa tua ultima opera una tensione narrativa, proiettiva, nel portare figure altre e delinearne le sostanze, oltre l’io poetico, sotterraneo e scrivente?

Si, è vero, c’è una tensione narrativa molto forte. La tradizione orale del raccontare storie in Brasile è molto viva. Anche oggi, con la televisione, non è scomparsa, perché i brasiliani amano molto riunirsi e passare ore a parlare, a jogar conversa fora, come si dice. E in queste ore passate insieme, molto tempo è dedicato al racconto di vicende personali, di fatti recenti o meno, di lunghe storie talvolta piene di pathos e magia. Anch’io amo raccontare storie, mi hanno sempre detto che ho una certa vena narrativa, sebbene prediliga la poesia come forma di espressione artistica e letteraria. I primi testi che ho pubblicato sono racconti con i quali ho vinto i miei primi premi letterari. Ho scritto allora circa quindici racconti, tutti premiati. Eppure non so dove siano finiti, li ho persi forse quando mi sono trasferita in Italia. E non mi interessa ricercali, appartengono ad un altro momento, ad un altro periodo della mia vita.

Tuttavia, in questo libro ho sentito l’urgenza di dare spazio a figure, come ho detto, che erano dentro di me, alcune dall’infanzia. Di parlare di loro ma non con la mia voce o con le mie parole. Ho preso in prestito le loro parole, ho rubato le loro voci e loro mi perdoneranno per questo, perché l’ho fatto per desiderio di farli rivivere nel momento in cui hanno espresso un senso forte della loro esistenza, o una mancanza di senso, il che è anch’esso molto doloroso.

Alcune persone si riconosceranno in queste poesie, ma esse sono un insieme di volti, anime e corpi che porto con la tenerezza e la pena che sono parti dell’amore. Non rinnego queste voci, anche la sofferenza serve per vivere.

Un grande poeta portoghese, Mário de Sá-Carneiro ha affermato che i poeti sono creature assai paradossali, perché estraggono poesia da tutto – “scenari, pensieri, dolori, gioie – tutto gli si trasforma in materiale artistico”, nulla viene perso o sprecato. Così è per me e pare che solo così la vita abbia un senso, che solo in questo ascolto essa acquisisca spessore e possa elevarsi: in canto armonioso per alcuni o in un rovescio di canto, un canto inceppato, un canto interrotto, un canto rimasto in gola, nel cuore della bocca.

  1. In una tua intervista rilasciata a Loredana Megazzeni accennavi al tuo lavori attraverso parole logore, per la loro vivificazione. Puoi approfondirci, anche con esempi?

Lavoro con la lingua di tutti i giorni. Non abbellisco i miei versi con parole rare, cercate nei dizionari, mi interessa il discorso condiviso dalla comunità. Non per appiattire la poesia, ma per estrarre poesia dalla vita, dalle parole di ogni giorno. Per me la lingua è qualcosa di fisico, io sento in bocca le parole, hanno un sapore, un volume, un odore, una concretezza. La lingua però viene spesso degradata quando usata senza senso, senza rispetto dell’altro. A me piace ridare dignità alla lingua, alle parole che sembrano logore, perché nessuno ci fa più caso, ripetute tante volte. Io ci faccio caso. In Italia, o anche in Brasile, mi piace molto ascoltare, ascoltare e “rubare” parole. Vado in giro sempre con l’orecchio pronto a carpire voci e parole che poi diventano mie, anzi sono mie perché anch’io le avevo pronunciate tante volte senza aver capito che erano dense, pesanti di un vissuto e di una memoria mie e altrui.

  1. A che cosa stai lavorando attualmente?

Faccio tante cose ultimamente. In Brasile uscirà fra poco un’antologia dei miei libri pubblicati in Italia. È un ritorno a casa, in un certo senso, perché in questi anni ho pubblicato più in Italia che in Brasile. Poi, ho un libro inedito in italiano, Verrà l’anno, già premiato a Bologna, che vorrei pubblicare. Non ho scritto quasi nulla ultimamente. Ho avuto dei mesi molto stressanti all’Università e così la poesia in questo periodo mi ha abbandonata. Sto traducendo anche un poeta, Antonio Carlos Secchin, e vorrei pubblicarlo il prossimo anno. Poi, faccio critica e sto preparando uno studio di Sagarana, l’opera di esordio di Guimarães Rosa, uno dei più grandi scrittori di lingua portoghese. Inoltre, sto organizzando, per agosto, insieme all’Università di São Paulo, un convegno internazione nell’ambito dei rapporti Italia/Brasile, sulla questione della nostalgia e dell’identità nella traduzione, convegno che si realizzerà a São Paulo.

  1. Ci sono possibilità di scambi relazionali e artistici tra scrittori contemporanei brasiliani e portoghesi e quelli italiani. Pubblicazioni, reading di poesia, collaborazioni? Compi tu stessa questi ponti a doppia corrente?

In effetti, ci sono molte possibilità. Ho detto che stiamo organizzando un convegno in Brasile sulla traduzione. Per questo evento, ho invitato Franco Loi, Antonio Prete e Carlo Augieri, fra tanti altri studiosi di tanti parti. Ci tenevo molto ad avere la partecipazione di un grande poeta e la scelta è caduta su Loi, anche perché è un poeta sempre alle prese con la questione della traduzione nelle sue stesse opere. Mi piace, come già detto, essere nella confluenza fra varie culture. Ho invitato in Italia spesso anche poeti portoghesi e brasiliani. L’ultimo è stato Carlos Nejar, che ha fatto un giro di conferenze e recital in varie città a maggio di quest’anno.

  1. Chi avresti in cuore di portare dall’Italia a conoscenza in Brasile e viceversa? Anche con le tue traduzioni?

Porterei in Brasile Sandro Penna e Giorgio Caproni, per cominciare. Caproni soprattutto, un poeta che mi commuove profondamente. Vorrei far conoscere meglio anche Alda Merini, Viviane Lamarque, Andrea Zanzotto, Franco Loi. Ho tradotto o presentato molti di questi poeti e altri, come Andrea Zanzotto, Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Franco Loi, Viviane Lamarque, Alda Merini, Mario Luzi, Gianni D’Elia, Maurizio Cucchi. Ho realizzato una serie di interviste a poeti italiani contemporanei, pubblicati poi nella rivista di italianistica Insieme, di São Paulo.

Dal Brasile, vorrei portate anche i poeti più giovani, come Donizete Galvão, del quale ho già tradotte e pubblicato alcune poesie.

Anna Maria Farabbi, Giugno 2005

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(by Claudio Maccherani )