Poesia & Poesia
Poesia bilingue - italiano e portoghese brasiliano.
Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani)
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Intervista a Maurizio Cucchi

fatta nel 1993 da Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani),
(nell'ambito di "Poesia a Palazzo dei Priori" del Merendacolo di Perugia e pubblicata sulla Revista da APIESP - Associação de Professores de Italiano do Estado de São Paulo, Insieme, n.7, San Paolo, Brasile, 1998-1999, pp.29-32)

 

Maurizio Cucchi è nato a Milano nel 1945. Ha pubblicato Il disperso (Mondadori 1976), Le meraviglie dell'acqua (Mondadori 1980), Glenn (San Marco dei Giustiniani 1982, Premio Viareggio 1983), Il figurante (Sansoni 1985), La donna del gioco (Mondadori 1987), La luce del distacco (Crocetti 1990) e Poesia della Fonte (Mondadori 1993).

L'opera di Cucchi aderisce intimamente alla concretezza di oggetti e figure della realtà metropolitana, di una Milano di sobborghi anonimi in cui tuttavia la poesia palpita - intensa e fugace - in un volto vibrante di donna, in un "gesto senza storia", in una fabbrica dismessa, negli "immensi alberi strani contro il cielo" che "insegnano la muta dignità delle rovine" (Poesia della fonte, p.84).

La decantazione e la sedimentazione poetica di questo reale non fanno che rafforzare l'impatto delle parole-cose "pesanti" di Maurizio Cucchi, attraverso le quali le vicende personali si intrecciano a quelle collettive e il presente e il passato si intersecano, luoghi della memoria e luoghi fisici (penosamente tangibili), ripercorsi con partecipazione commossa e solidale al destino di tutti, soprattutto a quello degli umili: "Io ti raggiungo / e tutta questa gente nuda / sorpassa la casa / e il campo dei suicidi" (Op. cit., p.15). Ma il poeta va oltre e si pone all'ascolto di quell'impalpabile senso nascosto di cose e di esseri, di quel momento in cui "si accartoccia un'anima" o in cui un verso prende forma e si fa gesto, prodigio, segno di opposizione al nulla: "Dicono i proverbi: / messaggero fedele porta salute" (Op. cit., p.11).

  1. Cominciamo con la domanda classica: che cos'è per te la poesia?

Per me la poesia è un centro dell'esistenza, un punto di raccolta di tutto ciò che è più importante. Penso che oggi, oltretutto, la poesia abbia un compito importantissimo che è quello di cercare di rivitalizzare e di salvaguardare la lingua, che è così orribilmente violentata e maltrattata da tanti. Attraverso la poesia c'è veramente la possibilità di dar nuova linfa alla lingua. C'è poi una frase che io dico sempre quando mi chiedono che cos'è la poesia: la poesia è la parola che parla. Nella società d'oggi, nella sua valanga di messaggi, le parole vengono usate come dei numeri, e si possono buttare nell'istante successivo. Invece la poesia è la parola che parla, è la parola pesante, la parola che ha un corpo forte carico di significati.

  1. La realtà contemporanea (sociale, politica...) è molto importante nella tua poesia. In che modo essa vi s'inserisce?

È un modo un po' particolare, personale di vivere gli avvenimenti delle prime pagine dei giornali, anche perché il poeta vive in una dimensione molto marginale rispetto a quella dove si decidono veramente le cose. In questo senso, il poeta è come un cittadino anonimo, un cittadino comune, della strada. Naturalmente questo non significa che io abbia uno spirito qualunquista o disinteressato rispetto alle cose che accadono, anzi esse mi interessano come possono interessare qualsiasi altra persona. Negli ultimi tempi, poi, i fatti e le notizie ci arrivano molto più vicini, tanto da toccare tutti noi. Credo di aver registrato, o meglio interpretato, in maniera anche abbastanza chiara, certi aspetti della nostra condizione contemporanea nella mia poesia. Particolarmente in questo ultimo libro Poesia della Fonte, nell'ultima sezione, ci sono alcuni temi molto evidenti, dalla caduta del comunismo, sempre sotto metafora, alla perdita di quelle che erano delle speranze sempre relative a una certa identificazione di classe, al paesaggio delle nostre città, al tessuto delle fabbriche dismesse, che magari vent'anni fa sembrava addirittura inconcepibile. È dunque una poesia connessa con le circostanze che stiamo vivendo. E poi, questa presenza della realtà, più che nei due libri di mezzo, nel mio primo libro, Il disperso, era anche una presenza forte del destino degli umili. Questo mi ha sempre interessato più di ogni altra cosa e quindi credo che in ciò ci sia anche una partecipazione forte come impegno sociale, impegno con questa gente che, nella sua modestia, continua ad appassionarmi per come riesce a vivere ed a sopravvivere e continuare anche ad essere contenta con nulla, senza il desiderio che ha il poeta - tutto sommato - di distinguersi per non cancellarsi.

  1. In questo tuo desiderio di mantenerti così legato alla realtà, in un certo senso non vai contro corrente rispetto alla poesia e alla letteratura italiana...

Forse ora non più. D'altra parte, credo che un poeta debba parlare solo di ciò che lo attraversa completamente, che fa parte totalmente della sua esperienza. Una parola non la si può usare se l'abbiamo trovata nel vocabolario, dev'essere del nostro vocabolario, della nostra vita. Io credo che oggi si senta molto il bisogno di un legame forte con il mondo della concretezza, quello che chiamiamo appunto "la realtà". C'è stato un periodo, soprattutto verso gli anni ottanta, in cui questo non avveniva, dove c'era un'idea della poesia molto più legata anche ad un momento di ripresa romantica. Il poeta si presentava a tutto tondo, come guida di anime, profeta, sacerdote.

  1. Una specie di poeta vate, insomma...

Si, un rompiscatole terribile, con anche un grande desiderio di proselitismo. Molti miei coetanei, anche molto bravi, me li ricordo con codazzi di servitori. Adesso sono cambiati i tempi, e anche loro, e quindi questi aromi, questi profumi bruciati, sono bruciati davvero.

  1. Che cosa pensi della poesia italiana contemporanea? Un po' hai già risposto prima...

Ne penso bene, nel senso che essa è uno dei punti centrali della nostra cultura, della cultura del nostro tempo. Purtroppo la società non se ne accorge molto, secondo me più che per cattive intenzioni, proprio per ignoranza. Per esempio, se si trattasse di non far leggere la poesia perché se uno legge poesia comincia a pensare, comincia a capire un po' di più le cose, questo sarebbe già un progetto, per quanto perverso, "intelligente", in qualche modo. Invece no, secondo me c'è un tentativo di occultamento della poesia dovuta a semplice distrazione e a ignoranza. Ma se c'è questo occultamento, è vero che c'è anche una produzione di livello molto elevato. È vitale e varia la poesia oggi in Italia. Io, anche per ragioni di lavoro, la leggo parecchio. Credo anzi di essere una delle persone in Italia che legge più poesia contemporanea - non per vantarmi, è un dato. E mi sembra che il livello sia molto buono, ossia il livello di consapevolezza letteraria è aumentato enormemente da una ventina d'anni a questa parte. Quello che era il sottobosco fino ai primissimi anni sessanta non c'è praticamente più. Oggi tutti quelli che fanno poesia hanno in genere una consapevolezza linguistico-culturale che una volta non ci si sognava neanche. C'è pertanto una vivacità che si pone in diverse direzioni e questo mi sembra bello.

  1. Il panorama è, quindi, positivo.

Si, ma non è sufficiente, perché questo porta a della letteratura e basta. Non so, le ultimissime generazioni qualche volta mi attraggono e qualche volta mi lasciano perplesso per la loro straordinaria abilità e destrezza letteraria, ma certe volte il sangue non riesco a vederlo molto. Tuttavia non vorrei fare adesso un discorso da vecchio. Appena posso, cerco di promuovere le cose degli altri attraverso recensioni e anche pubblicazioni che ho cercato di far fare. E questo proprio perché mi sembra una pena, una cosa veramente grave che la poesia, in un momento in cui è così viva, rischi di venire sempre più rimossa e occultata. Credo che l'uomo abbia bisogno di qualche cosa che lo tocchi profondamente, come la poesia.

Vera Lúcia de Oliveira, Perugia, 11 maggio 1993

(Maurizio Cucchi)

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